Discorsi Divini

Sita, l’incarnazione della purezza

Data: 28 Maggio 1996
Occasione: Corsi estivi 1996
Luogo: Brindavan

Io non sono né il merito né il peccato, né il piacere né il dolore.
Io non sono il sacro inno, né i frutti del pellegrinaggio, della carità e dei sacrifici.
Io non sono né il cibo né il corpo formato dall’essenza del cibo.
Io sono l’incarnazione di Sath-chith-ananda – Verità, Bellezza e Auspiciosità.
La paura del peccato è scomparsa e gli atti atroci sono in ascesa.
La devozione verso Dio è diminuita ed è stata sostituita da attività malvagie.
Raro è davvero incontrare qualcuno che canti il nome del Salvatore dei pii.
Oh mente! Canta il nome di Dio e ottieni una pace infinita.

L’uomo è stato sopraffatto da un desiderio travolgente di indagare e conquistare la Natura. A tal fine, ha fatto affidamento sulla sua forza fisica, sulla capacità intellettuale, sul potere della posizione e sulla forza del numero. Cosa ha ottenuto in questo processo? Senza la Grazia e il sostegno di Dio, egli non può assaporare neppure un briciolo di successo. Solo quando Dio si degna, una persona può ottenere la vittoria in qualsiasi questione. La Natura non è proprietà di nessuno. Essa appartiene solo a Dio. Perciò, solo ottenendo prima la Grazia di Dio può essere conquistata.

La Natura non è semplicemente un insieme dei cinque elementi, né un assortimento dei cinque principi vitali, o dei cinque involucri, o dei cinque sensi. La Natura è la stessa Incarnazione del Divino. L’uomo sta facendo ogni sforzo per dominare la bella Natura. Platone descrisse la Natura come Verità, Bontà e Bellezza. Alessandro, discepolo di Aristotele, proclamò anch’egli la medesima verità al mondo. Ma da dove provengono questa bellezza e questa eleganza? Dio è Bellezza! Pertanto, anche la Natura è bella. Dio si riflette nella Natura. Cercando di sopraffare la Natura senza il permesso di Dio, l’uomo sperimenta fallimenti e difficoltà. Questo, a sua volta, porta a problemi, ostacoli e dolori. Questa verità è proclamata nel Ramayana.

Ravana sfidò il Signore Rama e tentò di impossessarsi di Sita. Chi può sperare di vincere sulla Natura, che è proprietà di Dio? È manifestazione d’ignoranza sognare di sottomettere la Natura. Nessuno può ottenere successo in tale impresa. Quale fu la sorte di Ravana, alla fine? Egli fu la causa della distruzione totale della sua famiglia, dei fratelli, dei figli e perfino del regno. Perciò, prima di acquisire la Natura, occorre ottenere la Grazia di Dio. Se la Natura è il corpo, Dio è l’anima che risiede in esso. Un corpo senza anima è inutile. Il corpo ha valore solo finché l’anima vi dimora. Quando vi è un male in una parte del corpo, essa può forse guarirsi da sé? Assolutamente no! Dio controlla tutti e tre – l’agente, il compito e l’azione stessa. Tra i Suoi molti nomi, Dio è anche chiamato Colui che dispensa i frutti delle azioni. Voi state semplicemente eseguendo il compito assegnato, ma è Dio che vi elargisce i risultati dell’azione. Stolti sono coloro che non riconoscono questa verità e si abbandonano a sogni di conquista della Natura. Pensano che la loro forza fisica, intellettuale e scientifica sia sufficiente a compiere tale impresa.

Hiranyakashipu era un grande scienziato. Eoni fa, riuscì a ottenere un certo controllo su tutti e cinque gli elementi. Tuttavia, non riuscì a conseguire il dominio totale sulla Natura. Suo figlio Prahlada gli disse: “Potete anche aver conquistato tutti i mondi, ma non siete riusciti a conquistare i vostri stessi sensi“. Ciò significa che, se non si è in grado di controllare la propria mente, a che serve ciò che si è ottenuto? Solo quando si placa la mente si può vincere sulla Natura. Il prerequisito è realizzare il Signore ed essere destinatari della Sua Grazia. Egli è il Padrone e Colui che dispensa. Si lascia facilmente catturare dai Suoi devoti. A coloro che nutrono sentimenti negativi, Egli appare come un nemico. Purandharadasa cantava: “Oh Rama! A Vibhishana, che credeva in Voi, Voi appariste come Dio. Ma a Ravana, che Vi sfidò, Voi diventaste il signore stesso della morte, Yama. Voi non siete solo Rama, ma siete anche Yama. Non vi è altro Yama in questo mondo all’infuori di Voi. Apparite come Rama a coloro che Vi amano. A coloro che Vi si oppongono, apparite come Yama. A Prahlada, che Vi pregava sempre e in ogni circostanza, Voi appariste come il Signore Narayana. Ma a Hiranyakashipu, che Vi si oppose, Voi appariste come la morte“. Perciò, Egli è sia il Signore sia il dio della morte. A c, che, senza un briciolo di compassione per la sorella, era pronto ad ucciderla, Krshna apparve come Yama. A Ugrasena, il pio padre di Kamsa, Egli apparve come il Signore stesso. Per questo, il bene e il male sono entrambi determinati dai nostri propri sentimenti.

Un devoto deve costantemente cantare il nome del Signore. La devozione non ha limiti fissi. In ogni momento e in ogni circostanza, il Signore deve essere ricordato. In quest’era di Kali le persone hanno cominciato a fare distinzioni tra i compiti che spettano a loro e quelli che spettano a Dio! Pensano che meditare, contemplare il Signore e compiere rituali di adorazione siano tutte attività da svolgere per Dio, mentre le faccende domestiche, gli affari, il lavoro, l’agricoltura e altri compiti simili non abbiano alcuna relazione con Dio. Questo tipo di divisione impedisce all’uomo di realizzare il Divino. La devozione implica ciò che non conosce divisioni. Di conseguenza, non esistono domini come ‘vostro e mio‘. Questo perché, in questo corpo vi è un solo Dio, che vi risiede come forza vitale.

Questo è stato chiamato pranopasana dai saggi dell’antichità, il che significa adorare Dio costantemente, indipendentemente dalle proprie attività. Avrete visto che, quando gli agenti di polizia sono in servizio, indossano le uniformi corrispondenti ai loro gradi. Ma quando smettono di essere in servizio, tornano a casa e indossano i loro abiti abituali. Allo stesso modo, quando i devoti si recano in pellegrinaggio in luoghi come Badrinath, Kedarnath, Amarnath, Manasa Sarovar e altri simili, indossano un abito chiamato devozione. Al ritorno dal pellegrinaggio, dimenticano la devozione e tornano alla visione mondana; nella mente si affacciano pensieri legati alla vita domestica. Questa non è devozione. La devozione è la contemplazione costante del Signore in ogni momento, luogo e circostanza. Bisogna fare ogni sforzo per sperimentare e godere della gioia abbondante della devozione con l’aiuto di questo corpo fisico.

In questo cuore risiedono sia l’umano che il Divino;
Entrambi giocano tra loro e si separano;
Ma vi è un Regista che dirige questo gioco.
Nello stesso fantoccio sono posti sia il male che il bene.

Dio è Uno. Sebbene possano esistere il bene e il male, è Dio solo che si trova in entrambi. Se si vuole comprendere il Divino, è il principio del cuore quello che deve essere compreso per primo. Solo allora la Natura sarà nostra. È possibile controllare le nostre abitudini, i sentimenti e i sensi? Lo è. Krshna dichiarò: “Voi siete una Mia stessa parte, Mio figlio! Non siete qualcuno lontano da Me. Io sono in voi e voi siete in Me“. Oggi, l’uomo è preso dall’impulso di viaggiare e dal desiderio di vedere molti luoghi. Qualunque sia il luogo dove possa o non possa recarsi, è inevitabile che, ad un certo punto, egli debba visitare la città della morte. Un pesce non può sopravvivere nemmeno per un momento senza l’acqua, la sua dimora. È ansioso di tornarvi appena ne viene estratto. Tuttavia, l’uomo ha dimenticato il proprio luogo d’origine e continua a vivere senza alcuna preoccupazione. Che vergogna, dunque, che l’uomo non possieda neppure la saggezza di un pesce! Non dobbiamo dimenticare il nostro luogo d’origine. Quello è il luogo dell’Atma. Quella è la dimora di Dio. L’uomo deve sforzarsi di comprendere questo principio.

I Veda hanno paragonato tutti gli arti del Signore al fiore di loto. Il volto, le mani, i piedi, gli occhi – tutti sono stati paragonati al fiore di loto. Dove nasce il loto? Esso nasce nel fango e si erge nell’acqua. Non può sopravvivere nemmeno un istante senza l’acqua o senza quel fango. Tuttavia, non permette né all’uno né all’altra di penetrare in sé. Qui si trova un ideale per l’uomo. Egli nasce nel fango del ciclo delle rinascite. Galleggia sull’acqua della vita. Sta permettendo che sia questo fango che quest’acqua entrino in lui, e non sta facendo alcuno sforzo per rimanere distaccato come il loto. Al contrario, sta sviluppando intensi attaccamenti, il che è sbagliato. Le azioni dovranno continuare, ma in mezzo a esse deve essere sperimentato il sapore del Divino latente nell’essere umano. Sebbene molti abbiano fatto lo sforzo, nessuno sembra esservi riuscito. Qual è la ragione? La risposta è che non si è pregato per ottenere la Grazia di Dio.

L’uomo piange alla nascita e poi ancora al momento della morte.
Nel mezzo, piange molte volte.
Ma ha mai pianto per la pratica del Dharma, che langue? Piange forse per Dio?

Per queste due cose dobbiamo piangere: per il languire del Dharma e per Dio.

Sapete perché vi sono stati dati gli occhi?
È forse per guardare le attività peccaminose intorno a voi?

No! È per colmare voi stessi contemplando a lungo l’Abitante di Kailasa (Dio).

Perché sono stati dati questi occhi? È forse per vedere tutti? Non basta forse esaminare voi stessi? Tutto è già dentro di voi. Questa verità dev’essere realizzata per prima.

Dopo che Ravana fu ucciso in battaglia, Rama ordinò ad Hanuman di portare la lieta notizia a Sita. Hanuman raggiunse i giardini di Ashoka con un solo, potente balzo. Attendeva con impazienza il giorno in cui avrebbe potuto comunicare una notizia così gioiosa a Sita. Al suo arrivo, pose davanti a Sita questa notizia. Vibhishana seguì Hanuman e disse: “Madre! Dovete prepararvi a vedere Rama. Farò approntare per voi il carro aereo“. Così dicendo, si allontanò per predisporre ogni cosa. La sua sposa Sarama e le figlie Trijata e Ajata fecero indossare a Sita vari ornamenti e la adornarono. Sita versava lacrime. Sebbene fosse un momento felice, ella rievocava tutti gli eventi passati. Attendeva con speranza di rivedere Rama e pensava:

Sto per essere liberata da questa prigione e sto per vedere Rama con i miei occhi.
Sto per vedere Sri Rama con i miei occhi, presto. Il Signore Rama, che mi aveva presa in sposa, non poté tenermi con Sé.
Sono ormai dieci lunghi mesi che siamo stati separati.
Ora sto per essere liberata da questa prigione. Rivedrò Rama.
Oh mio caro Lakshmana. Quanto vi ho deriso, o virtuoso!
Quanto profondamente devono avervi ferito quelle parole, figlio mio, da indurvi ad abbandonarmi.

Questi pensieri la rattristarono profondamente. In un momento simile, la notizia della vittoria di Rama giunse come una fresca pioggia. Rimase ammutolita dalla gioia e non riuscì nemmeno a parlare con Hanuman. A stento riusciva a muoversi. Non sapeva cosa fare. Da dieci mesi attendeva con ansia questa lieta notizia. Dopo essere stata adornata da Sarama e dalle altre, fu condotta sul carro aereo. Che carro era questo? Era il carro Pushpaka. Era stata rapita proprio su quel medesimo veicolo. Quando vi si sedette, rievocò gli eventi del passato. In un attimo, si trovò al fianco di Rama.

Ma Rama non la guardò nemmeno. Disse: “Non posso guardare Sita. Sono nato per redimere questo mondo. Devo offrire un ideale a questo mondo. La gente potrebbe accusarMi per aver ripreso Sita, che ha trascorso dieci mesi a Lanka. Non posso riprenderla senza prima sottoporla ad una prova“. Sita fu distrutta. Guardò Hanuman e disse: “*Oh Hanuman! Se mi aveste riferito questa notizia, avrei volentieri posto fine alla mia vita là, in quello stesso luogo. Perché sono dovuta essere condotta qui, in mezzo a questi *vanara* (scimmie) e rakshasa (demoni), per essere umiliata in questo modo?*” Studenti, capifamiglia, anziani e giovani devono guardare a questo ideale. Quando Sita scese dal carro aereo, Angada, Sugriva e gli altri si sedettero rispettosamente con il capo chino. Ma vi furono alcuni tra i *vanara* di basso carattere che si stirarono il collo per poter vedere Sita. Rama. allora, dichiarò che il comportamento di Angada e degli altri è il carattere dei virtuosi, mentre quello degli altri vanara è il carattere dei malvagi. Il primo è l’aspetto dell’umano, il secondo è l’aspetto della scimmia. Qual è l’attributo dell’essere umano? Egli china il capo in segno di rispetto verso gli anziani. Sita è la vera incarnazione della stessa Dea Lakshmi. È la sposa di Sri Rama. Non dovrebbe essere guardata con occhi scoperti. Perfino Lakshmana chinò il capo. Pur essendo stato con lei per dieci anni, mai una volta guardò il suo volto. È lo sguardo che innesca il pensiero. Oggi lo sguardo trabocca di cattiveria e veleno. Avrete sentito dire da molti che sono stati colpiti dalla febbre a causa del malocchio di qualcuno. Perciò, lo sguardo deve essere tenuto sotto controllo.

Nel frattempo, Rama mandò Lakshmana a dare ordine di accendere un fuoco nel quale Sita avrebbe dovuto gettarsi. Era necessario che fosse affermata dal Dio del fuoco stesso come condizione preliminare affinché Egli potesse riprendere Sita e condurla ad Ayodhya. A queste parole, Lakshmana si infiammò. Non aveva mai parlato contro Rama prima d’allora. Ora disse: “Rama! Siete impazzito? La vostra intelligenza è forse venuta meno? Che cosa state dicendo? Forse voi siete stato toccato da qualche colpa, ma in quella grande Signora Sita non vi è alcuna macchia. Ella è una donna altamente casta. È un ideale per tutte le donne, e Voi parlate di Lei in modo così degradante! Se questo era ciò che avevate in mente, perché allora ella ha dovuto soffrire per dieci mesi? Ci avete forse pensato?” Rama conosceva il cuore di Lakshmana, e Lakshmana conosceva il cuore di Rama. Udito lo sfogo di Lakshmana, Rama rispose: “Lakshmana, ora stiamo vivendo come uomini ideali. Dobbiamo stabilire degli standard da seguire per gli uomini. Io conosco la Sua grandezza. Ma la Sua bontà deve emergere. La gente dice che tal dei tali è un grande uomo. Ma essere buoni è ben più importante che essere grandi. Perciò devo dimostrare al mondo che ella è una grande donna, ma ancor più, che è una donna buona“. Intanto, Sita udì il comando di Rama. Con le lacrime che le scorrevano dagli occhi, girò intorno al fuoco e pregò: “Se io sono davvero l’Incarnazione della Verità, se mai vi sono stati in me sentimenti malvagi, possa questo fuoco rinfrescarsi. Tranne il nome di Rama, in ogni istante, non ho avuto altro pensiero o nome nella mente. Ma quando Ravana mi stava portando via da Chitrakoota, mi aveva afferrata e posta sul carro. Cosa avrei potuto fare per impedirgli di toccarmi? Anche allora, pensavo solo a Rama. Se, dopo tutto questo, avete deciso di mettermi alla prova, io obbedirò al vostro comando“. Così dicendo, si gettò nella pira.

Tutti gli dèi e le dee apparvero in quel luogo. Criticarono l’azione di Rama. Lo rimproverarono per il fatto di conoscere ogni cosa e tuttavia aver compiuto un atto così insensato. Ma la verità era che Rama era totalmente convinto dell’innocenza di Sita. Altrimenti, perché avrebbe dovuto sottoporsi a tante difficoltà, rinunciare a cibo e bevande, recarsi a Lanka e subire ferite da parte dei Rakshasa? Una volta, dopo una battaglia con Indrajit, il corpo di Rama era coperto di sangue. Lakshmana svenne, incapace di sopportare quella vista. Tale era l’amore che univa i due. Perché avrebbero dovuto affrontare insieme tanti ostacoli? Perché avrebbero dovuto costruire il ponte sull’oceano? Non era forse per Sita? Rama conosceva la purezza di Sita. Disse: “Io posso conoscere la vostra natura. Ma la gente è come i corvi, che continuano a gracchiare su cose immaginarie“. Allora Sita disse: “Il koel abbandonerà forse il suo dolce canto solo perché un corvo gracidisce in mezzo? Oh Rama! La gente può spettegolare come i corvi. Ma Voi siete il koel. Perché dovete preoccuparvi di quello che dice la gente?” Tutti i presenti sostennero Sita affermando: “Ella dice la verità!” La gente non vede mai i difetti in sé stessa, ma i difetti degli altri appaiono loro ingranditi. Rama non era così. Rama non aveva assolutamente alcun difetto dentro di Sé. Ma dovette comportarsi in quel modo per offrire un ideale al popolo. Il signore del fuoco apparve quando Sita si gettò nel fuoco e, consegnandola a Rama, disse: “Sita è una donna della più alta castità. Ella è la stessa incarnazione della Dea Lakshmi (dea della ricchezza). Ella possiede un cuore immacolato e privo di ogni difetto e accusa“. Quando il dio del fuoco parlò così, Rama accettò Sita.

Qui vi è un’altra storia. Quando Hanuman si recò da Sita per comunicarle la lieta notizia, disse: “Madre! Devo portarvi una notizia gioiosa. Ma devo anche chiedervi il permesso per compiere un’azione. Questi demoni, che vi hanno tormentata così a lungo, devono essere uccisi. Li farò a pezzi. Vi prego, concedetemi il permesso di farlo“. Sita allora disse: “Figlio! Non vi è nulla da rimproverare loro. Non hanno fatto altro che eseguire l’ordine del loro padrone. Dunque, la colpa è del loro padrone, non loro“. Poi narrò a Hanuman una storia. Un cacciatore una volta si mise all’inseguimento di una tigre. Ma essa si accorse di lui e cominciò a inseguirlo. Il cacciatore corse e si arrampicò su un albero. La tigre restò in paziente attesa ai piedi dell’albero, mentre il cacciatore attendeva che si allontanasse. Il cacciatore alzò poi lo sguardo e vide un orso tra i rami superiori. La tigre si rivolse all’orso: “Oh orso! Questa è la mia preda, che inseguo da una lunga distanza. Ora è salita sull’albero. Manda giù la mia preda, affinché io possa nutrirmene“. L’orso allora disse: “Oh tigre! Questo albero è la mia dimora. Il cacciatore ha cercato rifugio qui come ospite. È mio dovere proteggerlo. Perciò non posso spingerlo giù“. Ma la tigre non si diede per vinta né se ne andò. Poco dopo, l’orso si addormentò. La tigre allora si rivolse al cacciatore: “Oh cacciatore! A me interessa solo il mio pasto. Non importa se sei tu o un altro. Ti risparmierò e ti lascerò andare, a condizione che tu spinga giù quell’orso addormentato. Lo mangerò e poi me ne andrò“. Questo cacciatore era infestato da sentimenti malvagi. Per puro egoismo, e per salvare sé stesso, spinse giù l’orso addormentato. Il povero orso, mentre precipitava, riuscì ad aggrapparsi a un ramo e si salvò dalla morte. Questa è la protezione che viene sempre concessa alle persone buone. L’orso era un’anima gentile, e la sua bontà lo salvò. Non è giusto ripagare la gentilezza con il male. L’orso risalì lentamente. La tigre allora disse all’orso: “Oh orso! Nonostante abbiate mostrato tanta gentilezza verso quest’uomo, egli vi ha ripagato con il male. È un uomo privo di ogni senso di gratitudine, avendo dimenticato il bene che gli avete fatto. Perciò, è saggio mandarlo giù“. Allora l’orso rispose: “Figlio! Ogni uomo ha i propri peccati, ogni uomo ha i propri meriti. Raccoglierà le conseguenze. Compiere il bene è la mia natura, compiere il male è la sua natura. Egli soffrirà per il suo peccato. Io raccoglierò i frutti della mia bontà. Non posso spingerlo giù“. Sita proseguì: “Allo stesso modo, la mia natura è quella della compassione. Hanuman, sebbene essi mi abbiano procurato molte sofferenze, non posso desiderare per loro la morte per questo. Dare dolore è la loro natura. Soffrire con tolleranza è la mia natura. Perciò, non punirli“. Hanuman fu colmo di gioia nell’udire ciò. In questo mondo, vi sono molti che hanno ricevuto gentilezza e tuttavia hanno ripagato la gentilezza con il male. Tali persone sono demoni. Ma colui che restituisce il bene in cambio del male è la stessa incarnazione del Divino.

Dopo aver accolto Sita, Rama iniziò il viaggio di ritorno verso Ayodhya. Durante il tragitto, si fermarono all’eremo del saggio Bharadwaja. Vi si erano fermati anche durante il viaggio d’andata. Il saggio Bharadwaja fu molto felice. Donò a Rama tutte le armi in suo possesso e benedisse affinché la cerimonia di incoronazione potesse avvenire presto.

Quando Rama si avvicinò ad Ayodhya, i quattordici anni stavano per giungere al termine. Fedele al Suo voto, secondo cui si sarebbe immolato se Rama non fosse tornato entro il tempo stabilito, Bharata era pronto a rinunciare alla propria vita. Poiché Rama si era fermato all’eremo di Bharadwaja, fu leggermente in ritardo. Bharata accese una pira. Si stava preparando a gettarvisi dentro. Proprio in quel momento, Rama inviò Hanuman con un messaggio. Il vento è molto più veloce degli aeromobili. Perciò fu affidato a Hanuman il compito di trasmettere a Bharata la notizia che Rama era in arrivo. Bharata fu colmo di gioia, e attese con impazienza l’arrivo di Rama, preparando ogni cosa.

Qui, occorre riflettere su due fatti. Bharata era un devoto per eccellenza, mentre Lakshmana era un servitore affidabile e fedele di Rama. Lakshmana considerava la manifestazione fisica, mentre Bharata guardava alla Divinità priva di forma. Senza mai chiudere gli occhi, Lakshmana si preoccupava costantemente che Rama e Sita fossero sempre a proprio agio. Non conobbe il sonno per quattordici anni! Un così grande rinunciante era lui, un adoratore della forma del Signore.

Bharata, d’altra parte, adoratore del Dio senza forma, rimase lontano da Ayodhya. Allestì un piccolo eremo a Nandigrama e ripeteva costantemente il nome di Rama. Concentrò tutta la sua mente su Rama, mentre Lakshmana fu colui che sacrificò il proprio corpo al servizio di Rama. Questa è la differenza tra i due. Lakshmana pregava: “Io sono il vostro servitore, da usare secondo il vostro volere. Non ho altra vita al di fuori di questa. Sarò il vostro sesto prana“. Bharata, invece, pregava: “Io non ho corpo. Sono interamente in Voi“. Con questo pensiero, ripeteva costantemente il nome del Signore. Questo è ciò che viene indicato con ‘Brahmavid Brahmaiva Bhavatipensate al Signore, e diventate il Signore‘. Dopo aver pensato costantemente a Rama per quattordici anni, anche Bharata assunse il colore blu scuro di Rama.

Bharata prese il carro e si recò sulle rive del fiume Sarayu. Ricevette Rama, Sita e Lakshmana, li fece salire sul carro e li condusse verso la città di Ayodhya. I cittadini di Ayodhya rimasero stupefatti: “Chi era Rama e chi era Bharata?” Entrambi sembravano essere Rama! Entrambi vestiti con abiti da asceta, con i capelli intrecciati, ed entrambi dello stesso colore! I cittadini, accorsi per dare un grandioso benvenuto a Rama, rimasero a bocca aperta! Tutti si fecero avanti per porgere una ghirlanda a Bharata, pensando che fosse Rama. Bharata si accorse della loro confusione e, indicando Rama, li indirizzò a porgere la ghirlanda a Lui. Solo allora i cittadini compresero chi fosse Rama e chi Bharata. Bharata e gli altri due fratelli erano tutti aspetti dell’incarnazione divina.

Al loro arrivo ad Ayodhya, tutti fecero un bagno rituale. Vasishta, Vamadeva e gli altri portarono ogni sorta di cereali e gioielli. Tutti furono adornati con ornamenti. Qui avvenne un miracolo. Tutti i vanara si trasformarono in esseri umani e entrarono nella città a cavallo di cavalli, elefanti e cammelli. Chi è un vanara e chi è un nara? Colui che possiede intelligenza è un uomo (nara). Colui che è privo d’intelletto è un vanara. Il vanara è associato all’irrequietezza. Il nara (uomo) è caratterizzato dalla sua stabilità.

Avvenne l’incoronazione. Furono distribuiti innumerevoli doni. Rama distribuì centinaia di crore di monete d’oro ai brahmani. Non un solo crore (dieci milioni), ma centinaia di crore! Lakh (centomila) di mucche furono donate in carità. Bharata non riusciva a contenere la sua gioia. Pensava: “Per chi dovrei conservare le mie ricchezze? È mia buona fortuna che Rama sia tornato; questo è più che sufficiente per me. Donerò tutto questo in carità“. Così pensando, anch’egli si dedicò a offrire in carità vari beni.

Nella sala, tutti i re vassalli e gli alleati erano seduti da un lato, e i ministri dall’altro. I saggi e gli asceti erano seduti in un altro settore. Il senso dell’onore e del rispetto di Rama era impeccabile. Egli si inchinò umilmente ai saggi, indicando la Sua umiltà. Vide i re e rivolse loro un sorriso – quello fu il Suo dono per loro. Poi vide i cittadini e, alzando le mani, li benedisse. Vide anche alcune donne e fece un breve cenno del capo. In questo modo, mostrò il Suo rispetto a ciascuno in modi diversi. Quel giorno, consegnò a Sita una squisita collana di perle che poteva valere diversi crore. Le disse: “Potete donare questa collana a chiunque desideriate. So che Mi amate. Ma vorrei che donaste questa collana a chiunque desideriate in questa assemblea“. Sita diede la collana ad Hanuman, che stava premendo i piedi di Rama, e lo lodò così: “Voi siete il supremo devoto che ha fedelmente eseguito ogni comando di Rama. Siete colui che si è affaticato tanto per cercarmi“. In questo modo, ella lodò Hanuman. Ma Hanuman non stava ascoltando alcuna di queste lodi. Era invece occupato a estrarre ogni perla dalla collana, portarla vicino all’orecchio, morderla e poi gettarla via. Rama vide ciò e chiese ad Hanuman se le sue vecchie abitudini non fossero ancora cessate. Hanuman rispose: “Affatto, oh Rama! Sono costantemente immerso nel sentimento di Rama. Ripeto continuamente il nome di Rama e ascolto il nome di Rama. Tra i nove sentieri della devozione, questo è il più importante per me. È per questo che sono divenuto Vostro servitore. I nove tipi di devozione sono: sravana (ascolto), keertana (canto), vishnusmarana (contemplazione), padasevana (servire i piedi del Signore), vandana (omaggio), archana (adorazione), dasya (servitù), sneha (amicizia) e Atmanivedana (offerta di sé al Signore). Perciò, qualificandomi come Vostro servitore, sono anche divenuto Vostro confidente. Senza questa servitù verso di Voi, non avrei potuto diventare Vostro amico. Dopo essere divenuto Vostro amico, ora mi offro completamente a Voi. Non mi piace ascoltare nulla che non sia il nome di Rama. Perciò, sto ascoltando con attenzione per vedere se il nome di Rama risuona in queste perle“. Per mostrare al mondo la grande devozione di Hanuman, Rama disse: “Sciocco, può forse mai risuonare il nome di Rama nelle perle?” Hanuman rispose: “Anche la perla deve contenere il Vostro nome. Una perla senza il Vostro nome è per me come una pietra. Perciò l’ho gettata via. Tutto il mio corpo vibra con il Vostro nome, oh Signore Rama“. Poi strappò un pelo dal suo braccio e lo portò vicino all’orecchio di Rama. Anche quel pelo stava recitando ‘Ram, Ram’! Tale era la grande devozione di Hanuman. È per questa ragione che egli poté diventare un così intimo confidente e amico fidato di Rama. Chiunque altro poteva trovarsi lontano, ma Hanuman non fu mai lontano da Rama. Rama, Lakshmana, Bharata, Satrughna e perfino Sita furono, in un momento o nell’altro, un po’ distanti. Ma Hanuman non fu mai lontano da Rama, nemmeno per un istante. Qual era la ragione di ciò? Fu la ripetizione costante del nome di Rama e il servizio costante reso a Rama che elevarono Hanuman a tali vette. Servì costantemente Rama con il corpo, la mente e l’anima.

Rama fu molto compiaciuto di Hanuman. Si alzò dal Suo trono e disse: “Hanuman! Quale benedizione posso concedervi? Nulla sarebbe un dono abbastanza degno per voi. Perciò, vi offrirò Me stesso“. Così dicendo, Rama abbracciò Hanuman. Hanuman si perse nella Beatitudine per questo dono. Questo stato è anche chiamato nirvikalpa samadhi. Che cos’è questo samadhi? Se ci si concentra intensamente su un oggetto per dodici secondi, ciò è chiamato dharana. Dodici di queste dharana costituiscono un dhyana. Dodici di questi dhyana formano un samadhi. Questo è il rapporto tra i tre stati di dharana, dhyana e samadhi. Hanuman fu istantaneamente in questo stato di samadhi.

Il Ramayana è il testo sacro che ha mostrato all’intero mondo l’incredibile e immensa devozione di Hanuman.

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