Assakal – La sacra ospitalità
Un giorno, un uomo arrivò sfinito ad un accampamento Tuareg, nel cuore del deserto. Era coperto di polvere, con le labbra spaccate dalla sete. Non disse il suo nome, né da dove veniva, né la destinazione che desiderava raggiungere.
Il capo dell’accampamento ordinò che gli fosse dato da bere, da mangiare, un posto all’ombra in una tenda e le necessarie cure. In osservanza alle loro tradizioni, per tre giorni nessuno gli fece domande. L’ospite è sacro: chiedere il suo nome o il motivo del suo viaggio prima di tale periodo è una grave offesa.
Al quarto giorno, l’ospite, parzialmente ripresosi, parlò. Confessò di essere un ladro fuggito da un’altra tribù dopo aver rubato e venduto delle capre. I giovani guerrieri volevano cacciarlo, incuranti della sua condizione ancora fragile.
Intervenne il vecchio saggio capo: “Il pozzo non chiede a chi beve se è giusto o peccatore. L’acqua disseta il santo e il ladro con la stessa dolcezza. Se noi fossimo meno generosi dell’acqua, non saremmo degni di vivere accanto a lei“.
Quando l’ospite si ristabilì completamente fu lasciato libero di andarsene. Tuttavia, prima di partire, egli di suo volle restituire il valore delle capre rubate e delle cure ricevute lavorando per settimane al servizio del campo.
Il giorno in cui partì, il saggio capo chiamò a sé i giovani guerrieri. Disse loro: “Vedete? L’acqua che date senza giudizio torna a noi come pioggia. La mano chiusa protegge solo il vuoto“.


