Forse tremate più voi che io
Tempi difficili per quell’eclettico filosofo, teologo, cosmologo, scrittore e predicatore italiano. Uscire dal tracciato stabilito dalle autorità, auto referenziate mediante un presunto mandato di uno storico fondatore, era considerato sacrilego. Anche quando tale tracciato era in palese contraddizione – ovvero, non s’armonizza né con il contesto, né con le effettive radici, poiché alterato da interpretazioni vessatorie e pure farneticazioni – non poteva essere messo in discussione.
Se lo si faceva, addio pace e comodità; si iniziava un percorso dal finale ampiamente risaputo. Si veniva tacciati di blasfemia, accusati di eresia e processati mediante un tribunale appositamente costituito dalla parte “lesa“, il cui scopo formale era mantenere il proprio status quo, la propria supremazia. La sentenza che veniva emessa da quei tribunali, era essa stessa la prova del suo asservimento.
Il 17 Febbraio del 1600, a Roma, Giordano Bruno venne condotto al patibolo vestito con una tunica e una mordacchia per impedirgli di parlare ai presenti. Venne legato al palo mentre un prelato gli chiese se abiurava. Non rispose, preferì il dignitoso silenzio. Alzò la testa, guardò serenamente la folla, la quale scorse nel suo volto un’espressione serena. Affrontò la sua esecuzione con grande dignità. Non regalò ai suoi esecutori un solo lamento.
Giordano Bruno era affascinato da Socrate e di come affrontò la propria eliminazione con totale lucidità, serenità e consapevolezza, incoraggiando i suoi discepoli in preda alla disperazione e ricordando loro, sino all’ultimo, che “La morte non uccide la Verità“. L’arte della memoria, che Giordano sviluppò e rese famosa, trae radici anche dal pensiero neoplatonico e nell’idea che la contemplazione delle immagini e delle idee possa elevare l’anima verso una comprensione più profonda della Realtà Divina.
Per colui che ha raggiunto tale stadio, né la cosiddetta “morte“, né lo spauracchio di un tribunale ecclesiastico, attecchiscono più. Forse è per questo che i giudici, guardandolo per pronunciargli la sentenza, si sentirono impacciati. Intervenne lui: “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza, che io nell’ascoltarla“.
Cosa dovrebbe insegnarci il suo esempio?
Fra le tante cose, che la verità non muore e non fa retrocedere. Quella stessa istituzione che lo condannò, 400 anni dopo, dovette chiedere formalmente scusa a lui e a tanti altri. Lo fece papa Paolo Giovanni II, nel 2000, in occasione del Giubileo.
Oggi, come allora, la libertà di pensiero, parola, azione e culto sono fortemente compromessi dall’atteggiamento delle singole persone. La paura di perdere, come quella di fare l’eroe, è nociva a sé stessi e alla comunità.
Sottostare alle ingiustizie del mondo, significa sottostare alle ingiustizie interiori, quelle che se non estirpate, sono coltivate. Il mondo è solamente il riflesso del bilancio fra le ingiustizie e le virtù, non la realtà. Se si coglie, si fa propria tale prospettiva, si è nella via spirituale, altrimenti si resta nei pro e contro delle fluttuazioni del mondo materiale e intellettuale.
Socrate, condannato a morte nel 399 a.C. ad Atene, Giordano Bruno a Roma nel 1600 d.C., insieme a quella di tanti altri, sono vite degne di essere prese come esempio ispirante. Tutti vissero secondo il principio: “Una vita senza onore, è una vita senza verità“.
Ogniqualvolta ci indigniamo davanti ad un’ingiustizia, prima di tutto eliminiamola da dentro noi stessi; diverrà quindi naturale prendere e mantenere le distanze da chiunque la avvalli mediante una qualsiasi giustificazione.
“Non so quando – affermò Giordano Bruno – “ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di avere vinto“.


