Scopi e perplessità
Data: 13 Gennaio 1969
Occasione: Sankranti
Luogo: Prasanthi Nilayam
Da questo giorno del Tropico del Capricorno – Makara Sankramana, come viene chiamato – il Sole sembra muoversi da Sud verso Nord, e così questo giorno del solstizio d’estate viene celebrato, da tempi immemorabili, come una festa propizia. Ma voi dovete preoccuparvi soprattutto del vostro stesso viaggio, che si avvicina alla sua conclusione a ogni sorgere del sole. Siete impegnati in una lotta incessante con il Sole, per sopravvivere all’assalto del Tempo, che Egli misura con i Suoi passi. Voi anelate a sfuggire alle conseguenze della nascita e agli esiti della morte. Desiderate pace e gioia; per questo, dovete purificare la mente in modo così profondo da renderla quasi inesistente. Ciò è possibile solo quando vi identificate con l’Atma, piuttosto che con il corpo, che è lo scrigno dell’Atma, ottenuto quale ricompensa per le azioni della mente e del corpo. Quando vivete nella consapevolezza dell’Atma onnipresente, vivete nell’Amore, un Amore che scorre e trabocca dentro e attraverso di voi, e tutto il resto.
Ogni mattina, non appena vi alzate dal letto, ponetevi queste domande: “Per quale scopo sono venuto in questo mondo? Qual è il compito che mi è stato assegnato? Qual è il trionfo per il quale questa lotta mi sta preparando? Qual è la grande vittoria per la quale non devo lottare?” Avrete certamente assistito alle feste dei carri nei celebri centri di pellegrinaggio. Gli imponenti carri dei templi sono splendidamente ornati con bandiere e festoni; robuste schiere di uomini li trainano lungo ampie strade al suono di strumenti a fiato e conchiglie; acrobati, gruppi di danzatori, cantori e menestrelli li precedono, accrescendo l’esaltazione dell’evento. Migliaia di persone si accalcano attorno ai carri sacri e fiancheggiano le strade. La loro attenzione è naturalmente attratta dagli spettacoli offerti, ma provano la gioia più grande solo quando uniscono le mani e si inchinano dinanzi all’Idolo installato sul carro. Tutto il resto diviene secondario, persino irrilevante per molti. Così pure, nel processo della vita, il corpo è il carro, l’*Atma *è l’Idolo in esso installato. Guadagnare e spendere, ridere e piangere, soffrire e guarire, e tutte le varie acrobazie della vita quotidiana non sono che elementi secondari rispetto all’adorazione di Dio, al conseguimento dell’Atma.
Il corpo è il carro; la Buddhi (intelligenza) è il cocchiere; i desideri sono le strade lungo le quali esso viene trascinato dalla fune degli attaccamenti sensoriali; la Moksha (liberazione) è la meta; il Mula-Virata-Svarupa (la Divinità primordiale onnipervadente) è il Signore nel carro. Il carro che portate con voi deve essere trattato in tal modo. Invece, gli uomini girano confusamente in cerchi monotoni, dalla nascita alla morte, trascinati dai desideri o spinti dai bisogni. Nessuna pietra miliare viene superata sul cammino del pellegrino; nessun ponte viene oltrepassato; nessun progresso viene registrato. Il processo stesso del viaggio viene ignorato.
Potreste dire che il progresso è possibile solo attraverso la Mia Grazia; ma, sebbene il Mio Cuore sia tenero come il burro, esso si scioglie soltanto quando vi è un certo calore nella vostra preghiera. Senza uno sforzo disciplinato, una sadhana, la Grazia non può discendere su di voi. L’anelito, l’angoscia per uno scopo non raggiunto, scioglie il Mio Cuore. Questa è l’avedana (angoscia) che attira la Grazia. Per quante Navaratri e Shivaratri possiate trascorrere in questo luogo, se non illuminate il vostro cuore rendendolo limpido e puro, esso resterà avvolto nell’oscurità, immerso nella ratri (notte).
La sadhana deve rendervi calmi, imperturbabili, equilibrati, saldi. Rendete la mente fresca e rasserenante come la luce della luna, poiché la Luna è la divinità che governa la mente. Siate sereni nel parlare e nelle vostre reazioni alla malizia, alla critica e alla lode. Vi lamentate che gli altri turbano il vostro equilibrio; ma non sapete che, anche quando la vostra lingua tace, i vostri pensieri possono sconvolgere l’equilibrio di coloro che vi circondano.
Distacco, fede e Amore: questi sono i pilastri su cui poggia Shanti. Tra essi, la fede è fondamentale. Senza di essa la sadhana è un rito vuoto. Il distacco soltanto rende efficace la sadhana, e l’Amore conduce rapidamente a Dio. La fede alimenta l’angoscia della separazione da Dio; il distacco la incanala sul sentiero divino; l’Amore illumina la via. Dio vi concederà quello di cui avete bisogno e che meritate; non c’è necessità di chiedere, né motivo di lamentarsi. Siate contenti. Nulla può accadere contro la Sua volontà.
Mi viene in mente Karna. Nei suoi ultimi istanti chiese al Signore un solo dono: “Non m’importa se mi condannerai a nascere e a morire nel ciclo senza fine; soltanto, benedicimi affinché in tutte le mie vite non sia costretto a stare davanti a qualcuno con la mano tesa a implorare: ‘Dammi’; e benedicimi anche affinché in tutte le mie vite non sia costretto a congedare un supplice con la parola: ‘No’. Non permettere che queste due parole, dehi (dammi) e nasti (no), escano dalla mia bocca“. Una persona stabilita nel tyaga (distacco) e nello yoga (autocontrollo) non dirà mai dehi e non udrà mai la risposta nasti, perché è sempre appagata, sempre colma.
A Vivekananda fu chiesto, una volta, da un critico cinico perché ostentasse la sua rinuncia attraverso la veste color ocra. Egli rispose: “Questa non è un’ostentazione; è una protezione. Indosso questa veste perché, vedendola, nessuno si avvicini a me per chiedere elemosina o aiuto materiale. Così quella parola ‘No’, che mi ripugna pronunciare, non sarà da me pronunciata. Alla vista di questa veste si avvicineranno soltanto i cercatori di salvezza; per loro ho abbastanza da dare. Sono commosso quando persone afflitte si accostano a me; ma non ho denaro da offrire. Questo abito mi aiuta a evitare tali situazioni dolorose“. Dovete regolare la vostra vita in modo tale che queste due parole non siano mai usate da voi finché vivete.
Non rattristatevi, né siate causa di tristezza. L’incarnazione stessa dell’Ananda (Dio) è in voi, come negli altri e come in ogni cosa. Nonostante la molteplicità dei contenitori, il contenuto è il medesimo. Questo è il principio di Sat, Cit e Ananda (Essere, Consapevolezza, Beatitudine). L’atomo più minuscolo e la stella più possente sono, in sostanza, una sola realtà. Tutto è, in verità, Brahman, il Divino. Nei testi sacri si legge che Vishnu (Dio che preserva, protegge e sostiene l’universo) ha come veicolo Garuda (l’aquila); che Shiva (Dio della dissoluzione e distruzione dell’universo) ha Nandi (il toro) come veicolo; che Brahma (Dio della creazione) cavalca un Hamsa (cigno); Subrahmanya (il comandante dell’esercito divino) cavalca un pavone; Shani (la divinità che governa le influenze saturnine) ha il corvo come veicolo. Ganesha (colui che rimuove gli ostacoli) cavalca un topo, sebbene sia di corporatura imponente e abbia la testa d’elefante! Questo non significa che gli Dei siano impotenti senza questi animali e uccelli come mezzi di locomozione. Rivela soltanto che nessun uccello o animale deve essere disprezzato, poiché il Divino si serve di ciascuno come Suo veicolo. Considerati come deha (corpi), tutti sono distinti; considerati come dehi (l’essenza incarnata), Brahman, tutti sono Uno.
La sadhana (disciplina spirituale) vi rivelerà questa identità. Ma fate attenzione: la sadhana può anche alimentare l’orgoglio e l’invidia come sottoprodotti del progresso. Calcolate quanta e per quanto tempo avete praticato la sadhana e siete tentati di guardare dall’alto in basso chi ne ha fatta meno. Siete orgogliosi di aver scritto il nome di Sai dieci milioni di volte; ne parlate ogniqualvolta ne potete, affinché gli altri ammirino la vostra fede e la vostra perseveranza. Ma non sono i milioni a contare, è la purezza della mente che nasce dalla sincera concentrazione sul Nome. La vostra sadhana non deve diventare come attingere acqua da un pozzo con un cesto di canna! Non otterrete acqua, per quanto spesso lo immergiate e lo tiriate su. Ogni vizio è un foro nel secchio. Custodite il cuore puro, mantenetelo integro.
Tutte le religioni esortano l’uomo a purificare il cuore da malizia, avidità, odio e ira. Tutte promettono il dono della Grazia quale premio per il successo in questo processo di purificazione. Le idee di superiorità e inferiorità sorgono soltanto in un cuore corrotto dall’egoismo. Se qualcuno sostiene di essere superiore, o che la propria religione sia più santa, dimostra di aver smarrito il nucleo stesso della sua fede. Foglie, fiori e frutti possono essere peculiari a ciascuna specie; ma osservate il tronco, troverete una somiglianza emergente. Così, la sadhana rivelerà l’unità negli insegnamenti fondamentali di tutte le religioni. È, certo, un sentiero arduo; ma è un sentiero che ognuno dovrà percorrere prima o poi.
Vi era un tale che reclamava Moksha (liberazione) nella maniera più facile. Si avvicinò a un Guru e gli chiese il mezzo più rapido per conseguirlo. “Conosci te stesso“, disse il Guru. “Oh, questo lo so. Sono ora tuo discepolo. Dunque ho già Moksha che desidero?“, domandò; ma il Guru rispose che non era cosa così semplice. Egli, spiegò il Maestro, era al di là e al di sopra del corpo, governava i sensi, l’intelligenza e l’ego; egli era l’Atma, nel nucleo più intimo dei cinque involucri: l’Annamaya (l’involucro del cibo, ossia il corpo fisico), il Pranamaya (l’involucro vitale, centrato sull’energia e sui nervi), il Manomaya (l’involucro mentale, centrato sull’immaginazione e sull’elaborazione dei simboli), il Vijnanamaya (l’involucro dell’intelligenza, fondato sulla ragione e sulla logica) e l’Anandamaya (l’involucro dell’intuizione, basato sull’esperienza e pervaso di beatitudine). Il Guru, tuttavia, gli diede una prescrizione concisa: “Ripeti il Nome di Dio con il cuore, con l’anelito di contemplarLo“. E aggiunse: “Se ricorderai costantemente che Dio è il tuo Essere più intimo, questa consapevolezza sorgerà in te in un lampo, per Sua Grazia“. L’uomo esitò; domandò se non potesse incaricare qualcun altro di compiere la ripetizione al suo posto! Allora il Guru gli domandò: “Fai forse mangiare o dormire qualcun altro per te? Quando ti ammali, incarichi altri di ingerire la medicina o di ricevere l’iniezione al posto tuo?“
Vi sedete in dhyana (meditazione) per dieci minuti, dopo le sessioni serali di bhajan (canti devozionali); fin qui tutto bene. Ma lasciate che vi chieda: quando vi alzate dopo quei dieci minuti e vi muovete, vedete forse tutti in una luce più chiara, come esseri dotati di Divinità? Se così non è, dhyana è una perdita di tempo. Amate di più? Parlate di meno? Servite gli altri con maggiore zelo? Questi sono i segni del successo nella pratica della dhyana. Il vostro progresso deve essere attestato dal vostro carattere e dal vostro comportamento. Dhyana deve trasmutare il vostro atteggiamento verso gli esseri e le cose; altrimenti è un inganno. Anche un masso, sotto l’azione del sole e della pioggia, del caldo e del freddo, si disgrega e diventa terra nutriente per un albero. Anche il cuore più duro può ammorbidirsi, cosicché il Divino possa germogliare in esso.
Venite a Prasanthi Nilayam come automobili che si recano in officina. Dovete ripartire con una nuova verniciatura, con tutte le parti danneggiate o allentate, sostituite, con il motore pulito e revisionato, ogni componente in perfetto ordine, splendente, senza difetti, pronto a correre sul cammino che vi attende. Ogni cattiva abitudine deve essere sostituita da una buona, nessuna traccia di vizio deve rimanere, il cuore deve essere svuotato di ogni egoismo. Questo è il frutto di questo pellegrinaggio che dovete ottenere. Sia questo il vostro proposito in questa festa dell’Uttarayana.