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“Sai è la mia vita” – che cosa stiamo davvero dicendo?
Ci sono devoti che in modo accorato affermano: “Sai non è una parte della mia vita, Sai è la mia vita!“
Si comprende la sincerità di questa affermazione: esprime, senza dubbio, quella che a livello secolare si acclama come devozione. Tuttavia, si dovrebbe indagare su cosa sia la vera devozione, poiché essa non ha nulla a che vedere con le belle e poetiche affermazioni intrise di emozioni. Quando c’è di mezzo l’emotività, quella non è più devozione, bensì una delle tante sfumature dell’appagamento mentale.
“Devozione” è un termine che proviene dal latino; significa “voto/sacrificio“, nel senso di sottomissione totale a Dio. Pertanto, in assenza di una consacrazione mediante un voto – una dedizione che impegna la persona attivamente e costantemente sino al raggiungimento della meta – non ci si può definire devoti, condizione fondamentale da cui emerge la devozione.
Il devoto e Dio sono essenzialmente la stessa unica cosa, ovvero Dio stesso. Tuttavia, poiché il primo non ne è consapevole, si crede distinto da Dio. Un ponte, il percorso spirituale, lo riconduce a Dio. È compito del devoto percorrere simbolicamente quel ponte, al fine di prendere coscienza della propria vera Realtà.
Senza un’adeguata compagnia, satsang, ove approfondire le tematiche spirituali con relative sfumature, le persone rischiano di restare intrappolate al livello della componente emozionale, legate al fenomenico, poiché impossibilitate a cogliere questi errori, come quello di credere che la vita sia propria e che Lui, il Divino che sostengono di adorare, sia l’intera loro vita. Difficilmente si renderanno conto che quest’ultima parte dichiara implicitamente che il Divino è una loro “proprietà“.
Il più delle volte, quella che si crede spontaneità è assenza di adeguati approfondimenti: carenze in termini di studio, di spietata autoanalisi, di onesta introspezione e di una fiducia in sé stessi non convenzionale, ovvero, che non necessita della riprova sociale.
La fiducia in sé stessi deve provenire dall’interno; deve essere guidata e sostenuta progressivamente dalla Morale, dall’Etica, dai Valori Umani e dal Divino stesso. Quel Divino che risiede in ciascuno e che non va confuso con le bizzarrie della mente, coadiuvata dalle sue logiche e ragionamenti, né con le lusinghe dei sensi o con le contraffazioni di un cuore non purificato.
I devoti che sostengono che si debba essere “genuini“, in linea di principio hanno ragione. Tuttavia, per non far passare concetti discutibili, dovrebbero definire cosa intendono per genuino. Diversamente, è elevato il rischio di adattare gli Insegnamenti alle proprie esigenze per appagare il “senso dell’io“.
I Circoli di Studio (CdS) svolti nei Centri/Gruppi Sai sono perfetti per introdursi nel cammino spirituale, il quale inizia esclusivamente quando ci si mette davvero in gioco: ci si guarda dentro in modo proattivo e costante, senza cercare giustificazioni o cedere a scusanti. Chiaro deve essere lo scopo di questo processo: individuare quei sostegni che sorreggono i “propri” pensieri, emozioni e ragionamenti, poiché ogni sostegno è di per sé una barriera che ci separa dal Divino; ogni barriera impedisce al sé individuale di dissolversi in Lui e infine in Quello.
Per cogliere queste e altre sfumature sono indispensabili CdS di un altro livello, come quelli tenuti da una compagnia di devoti che non si riunisce per “esaltare” il Divino, ma che Lo mette in pratica mediante lo spirito di “cordata: un mutuo aiuto e reciproco sostegno che non si limita alla cadenza dei singoli incontri formali e delle tematiche ivi trattate.
Una tale compagnia esorta i membri ad un’interazione diretta e non prevaricatrice. Ogni membro è motivato e incoraggiato a impegnarsi ad andare oltre il “senso dell’io“, responsabile del “senso del mio“, il quale, contrapposto al “senso del tuo“, dà luogo a fazioni di “noi/nostro” e “voi/vostro“, con relativi attriti e discordie.
Per il ricercatore spirituale è di somma importanza prendere consapevolezza della distinzione fra l’io e il mio, e il senso dell’io e del mio. Ovvero, fra il funzionale e l’illusorio.
Come in nessuna misura l’oceano appartiene all’onda, poiché esso è il proprietario di tutte le onde, allo stesso modo, nessun essere vivente può rivendicare come propria la vita, che è “proprietà” di Dio.
Pertanto, da un punto di vista prettamente spirituale, Sai non potrà mai far parte della “mia vita“, poiché quel possesso – mia riferito alla vita, frutto del senso del mio – è l’illusione che si appropria di qualcosa che non è suo, e mai potrà esserlo. Mai l’oceano farà parte dell’onda; sarà vero sempre e solo il contrario: l’onda è parte dell’oceano. Su questo medesimo principio, Sai non potrà mai essere “la mia vita“, poiché “mia“, da un lato sottintende una proprietà illusoria sulla vita, dall’altro – richiamando la metafora dell’onda che non potrà mai possedere l’oceano – noi non possederemo mai né la vita, né Dio che la dona. La vita la utilizziamo in qualità di fruitori.
Ora, sarebbe interessante chiedersi: Dio è davvero il proprietario della vita, come fin qui dichiarato, oltre che della Manifestazione?
A livello mondano la risposta sarebbe sì, senza alcun dubbio. Tuttavia a livello spirituale, dove la coscienza matura per gradi, la risposta si divide in due distinti momenti.“Proprietario” è un termine che implica dualità: c’è qualcuno, a differenza di altri, che può vantare diritti di proprietà su un bene. Poiché Dio è non-duale, il termine proprietario non Gli si addice. Dal momento che esiste solo Lui, davanti a chi dovrebbe reclamarne la proprietà?
Pertanto, la risposta al quesito è no. Dio non è il proprietario della vita, né della Manifestazione, sebbene ne sia l’indiscusso Creatore. Questo perché in Lui non c’è traccia né del “senso dell’io“, né del “senso del mio“.
Andando ad un livello più profondo, la domanda perde tutta la sua ragion d’essere. Sia la domanda, sia la risposta rientrano nel regno della mente. Dio è oltre essa. La mente, con la sua logica, ragionamenti e schemi, non può concettualizzare il non concettualizzabile. Il contenuto non può contenere il contenitore. La mente può concepire Dio come Entità, ma non può comprendere Colui che, al medesimo tempo, la contiene, le è oltre ed è privo di qualsiasi definizione, paragone o similitudine; ossia, gli strumenti con cui opera la mente, i quali sono alimentati da motivazioni riconducibili al senso dell’io e del mio.
Va precisato che queste “spiegazioni“, di fatto, sono solamente parole, indicazioni per rassicurare la mente, dato che Dio è uno stato sperimentabile, ma non descrivibile. Man mano che ci si avvicina a Lui, le parole, i concetti, le logiche, le definizioni e la mente stessa, cadono.
Quello che possiamo fare concretamente per arrivare là, a sperimentarLo, in qualità di ricercatori spirituali, oltre a mettere in pratica scrupolosamente gli Insegnamenti dei Maestri realizzati, aderire ai satsang, è iniziare a ripulire il nostro vocabolario da termini che avallano la dualità, quali i già citati proprietà e proprietario. Tali termini non dovrebbero mai più trovare spazio nei nostri pensieri o atteggiamenti. Almeno come concetto di possesso, dato che in ambito mondano non è possibile rimuoverli completamente.