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L’uomo e la divinità dimenticata
L’Advaita Vedanta, la scuola non dualistica della filosofia indù basata principalmente sugli insegnamenti di Śaṅkara, afferma che l’uomo è divino; ovvero, che è Dio e che deve solo ritornare a rendersene conto.
La realtà ultima e assoluta è Brahman. Brahman è non-duale, trascendente, immutabile, infinita Coscienza-Esistenza-Beatitudine, Sat-Cit-Ānanda. Questo Brahman non è “un dio” personale, bensì il substrato di tutto quello che esiste. È l’Identità Assoluta.
L’essenza più intima di ogni essere, il Sé o Ātman, non è il corpo, la mente o l’ego individuale. L’Ātman è identico a Brahman. La nota affermazione “Tat Tvam Asi – Quello tu sei“, espressa nei Veda (Mahāvākya), esprime proprio questo: la tua vera natura è Quello, è il Divino/Brahman.
Se siamo già Dio/Brahman, perché non lo sperimentiamo? Perché viviamo come individui limitati, sofferenti e separati?
L’Avidyā, o ignoranza metafisica, è la risposta perentoria fornita dall’Advaita. È il velo di Māyā, o potere velante, che ci fa identificare erroneamente con il corpo-mente (l’ego, o jīva), proiettando il senso di individualità e la molteplicità del mondo.
Il “ritorno” è la Realizzazione. Non si tratta di un viaggio fisico o di un’evoluzione verso qualcosa di esterno, bensì di un processo di rimozione delle identificazioni e auto-conoscenza (jñāna), attuato mediante l’indagine discriminante su “chi sono io?“. La devozione e le pratiche spirituali, o yogiche, fanno da supporto a tale processo finalizzato a rimuovere l’ignoranza metafisica. Rimosso lo strato velante, ci si “rende conto” – si realizza, per l’appunto – quello che si è sempre stati: Brahman.
Spesso, l’esempio che si porta per “abbozzare” una sorta di spiegazione soddisfacente per una mente che pretende di conoscere quello che è al di là della sua portata, ossia la Realizzazione, è il seguente: è come svegliarsi da un sogno in cui si era dimenticata la propria vera identità.
L’affermazione “l’uomo è già divino” non significa che la propria individualità, i propri desideri o il proprio ego siano Dio. Quello è il jīva, l’individuo apparente. La divinità è l’Ātman, il Sé nascosto dietro la cortina dell’ego. Pertanto, dire “io sono Dio” con l’ego è, per l’Advaita, il massimo dell’ignoranza.
Proprio come un contadino utilizza gli appropriati attrezzi per arare, seminare e coltivare le sue colture al fine di conseguire l’obiettivo, il raccolto, allo stesso modo il sadaka, o ricercatore spirituale, si avvale di specifici mezzi per rimuovere la sua ignoranza metafisica. Tali mezzi sono la devozione e i rituali prescritti dal cammino che intende seguire. Possono essere la preghiera, la recitazione di mantra, posture psicofisiche, auto-analisi, meditazione e satsang – ossia, la compagnia dei pii. Tutti questi mezzi, di per sé, non assicurano la Liberazione e l’Illuminazione, ma sono fondamentali alla propensione interiore di “raggiungere” il supremo scopo.
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Omkara
“La parola che tutti i Veda proclamano, verso cui muovono le austerità, per il desiderio per cui si conducono le discipline, Io ti rivelo: è Ōṃ. Questa sillaba è davvero il Brahman eterno, questa sillaba è la Meta Suprema, colui che conosce questa sillaba otterrà quello che vuole” – Katha Upanishad, I,2,16-17.
Il termine “Omkara” indica la fonte primaria del suono primordiale “Ōṃ“. È letteralmente un epiteto riferito a Dio nell’atto della creazione. La Ōṃ è un suono sacro, una sillaba, un mantra e una invocazione. È l’Essenza dell’Assoluto Supremo.
“Colui che non conosce la sillaba imperitura del Veda, quel punto Supremo presso cui vivono tutti gli Dei, che cos’ha a che fare con il Veda? Solo coloro che la conoscono siedono qui pacificamente riuniti” – Rigveda I,164,39.
“Questa sillaba esprime l’assenso. Quando si vuole dare l’assenso a qualcosa si pronuncia Ōṃ. E ciò a cui si dà l’assenso verrà realizzato. Colui che conosce questo venera udgītha come la sillaba Ōṃ realizzerà i suoi desideri” – Chandogya Upanishad I,1,8.
“Ōṃ è il Brahman, Ōṃ è tutto l’universo” – Taittiriya Upanishad, I,8.
Nel Manusmriti viene stabilito che:
“Egli [l’uomo] deve sempre pronunciare ‘Ōṃ!’ alla fine e all’inizio della recitazione dei Veda, perché se non c’è prima, la recitazione si perde, se non c’è dopo, si dissolve” – Manusmriti, II,74.
La stessa fonte dichiara:
“Un sacrificio che consiste nel recitare la sillaba Ōṃ e il verso in onore di Savitṛi è dieci volte migliore di un sacrificio regolare; se mormorato è cento volte migliore e se è recitato solo con la mente è tradizionalmente considerato mille volte migliore” – Manusmriti, II,85.
Quindi, quando reciteremo i mantra, li introdurremmo da tre Ōṃ e li concluderemo da una Ōṃ seguita da tre shanti. Le tre Ōṃ iniziali, come le tre shanti finali, si riferiscono al corpo, alla mente e allo spirito.
Compresa l’importanza della Ōṃ, vediamo perché la si dovrebbe intonare 21 volte.
Cinque Ōṃ sono cantate per gli organi di azione: corde vocali, mani, piedi, organi di eliminazione e organi generativi.
Cinque Ōṃ sono recitate per gli organi di percezione: occhio, orecchio, naso, lingua e pelle, che corrispondono alla vista, udito, olfatto, gusto e tatto.
Cinque Ōṃ sono intonate le cinque soffi vitali del corpo: prana (situato nei polmoni), apana (flatus, che si muove verso il basso attraverso il retto), vyana (diffuso in tutto il corpo), samana (ombelico; essenziale per la digestione) e udana (sale attraverso la gola fino alla testa).
Cinque Ōṃ sono invocate per le cinque guaine o involucri del corpo: quella materiale, quella del soffio vitale, quella mentale-emotiva, quella dell’intelletto e quella della beatitudine.
L’ultima Ōṃ – la ventunesima – è per la persona stessa, e per la sua auto-realizzazione.