• Sri Sathya Sai Guru

    Epifania

    La parola “Epifania” proviene dal greco ἐπιφάνεια (epipháneia), significa “manifestazione” o “apparizione gloriosa“. È un termine assai più arcaico della nascita di Gesù. Questo testimonia che “manifestazioni” o “apparizioni gloriose“, intese come incarnazioni manifeste e gloriose della divinità, per il mondo antico erano rare ma non novità.

    Nella teologia cristiana, l’Epifania celebra il momento in cui la divinità di Gesù Cristo si manifesta pubblicamente al mondo, non più solo ad un gruppo ristretto come inizialmente i pastori a Natale.

    I pastori, nella società giudaica di allora, erano considerati figure socialmente basse e marginali. Ma, con l’Avvento diventano i “Primi Eletti“. Dio sceglie loro, non i potenti o i religiosi del Tempio, per dare l’annuncio più importante di quel periodo storico. È il simbolo del ribaltamento dei valori portato da Gesù: i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi.

    Sebbene la data di nascita del Salvatore sia ancora oggetto di studi e discussioni, non vi sono dubbi sul luogo della nascita: Betlemme. Betlemme è la “Città di Davide“, il Re più grande d’Israele, il quale, prima di essere incoronato, fu un pastore, un “marginale“.

    le figure di Re Davide, dei pastori, e i tre Magi, i sapienti e ricchi stranieri che rappresentano il mondo pagano, costituiscono le premesse dell’Insegnamento del Cristo: un Insegnamento universale, senza distinzioni di classe, cultura, stato sociale e credo. Il Messia, nel corso della Sua Missione mai condannò quelli che in seguito vennero aditati e perseguitati come “culti pagani“. Il Suo Insegnamento non fu coercitivo, né impositivo, né basato sul potere pastorale, bensì fondato sulla capacità di guidare le coscienze, di orientare le credenze e di plasmare la cultura dal loro interno.

    Mentre l’Occidente – per ragioni che abbiamo riepilogato nell’articolo Sulla nascita di Gesù – diede particolare rilievo alla data di nascita fisica del Messia, l’Oriente, come da loro tradizione, reputò di maggior importanza un’altra data, quella caratterizzata da fattori più spirituali: il 06 Gennaio.

    Fin dall’antichità questa data ha commemorato tre distinti eventi: l’adorazione dei tre Magi, il Battesimo di Gesù e il primo miracolo alle Nozze di Cana, in cui trasformò l’acqua in vino.

    Il battesimo, come pratica rituale, non nacque in Occidente, né in ambito Cristiano. Le sue radici, antichissime ed Orientali, affondano nell’Antico Egitto e Mesopotamia; il Cristianesimo lo adottò rielaborandolo radicalmente secoli dopo la dipartita del Messia.

    Gesù scelse di farsi battezzare sulle rive del Giordano da Giovanni il Battista con il rito in uso nel deserto della Giudea. Tale rito non era un mikveh, rituale di purificazione, ma un atto pubblico e radicale di pentimento aperto a tutti. Un atto simbolico di rinascita, mediante il quale una persona – in grado di intendere e volere, volontariamente e consapevolmente – si sottoponeva, assumendosi il fermo impegno di aderire fedelmente e fermamente ai dettami divini.

  • Sri Sathya Sai Guru

    Natus Christus in Betleem Iudeae

    Il termine “Natale” deriva da “Natalis“, che in latino significa “relativo alla nascita“. “Natalis” proviene dal verbo latino “nasci“, in italiano “nascere“.

    Dies natalis” era la comune frase che indicava il compleanno di una persona, sia questa un normale cittadino o un imperatore. Nel suo senso più ampio indicava anche l’anniversario della fondazione di una città o di un tempio.

    Prima del IV secolo, i Cristiani non celebravano la nascita di Gesù. Le comunità nate attorno alla figura del Salvatore si concentravano soprattutto sulla Pasqua, simbolo di morte e resurrezione. I primi tentativi di datare la Sua nascita avvennero attorno alla metà del III secolo, prima di allora non era così rilevante. L’Oriente assunse come data significativa quella del 06 Gennaio, giorno dell’Epifania, mentre l’Occidente il 25 Marzo, poiché legata alla primavera e al solstizio pasquale.

    Stabilire una data al fine di avviare una stabile ricorrenza, fu per l’Occidente un percorso tortuoso che divise la comunità in diverse contrapposte fazioni.

    Nel tentativo di pacificare le diverse correnti interne alla neonata Chiesa in merito alla natura di Gesù il Cristo – le quali sfociavano spesso e volentieri in feroci e sanguinarie diatribe che rischiavano di destabilizzare l’Impero proprio nel suo cuore, Roma – furono organizzati due importanti incontri: quello dell’imperatore Costantino nel 313, passato alla storia come l’Editto di Milano, e quello dell’imperatore Teodosio, nel 380, che si concluse con l’Editto di Tessalonica (oggi Salonicco, Grecia).

    A differenza del Concilio del 325 tenutosi a Nicea, (oggi İznik, Turchia) a cui il papa Silvestro I si fece rappresentare da due presbiteri romani, Vitale e Vicente, agli appuntamenti di Milano e Tessalonica, i relativi papi in carica, Milziade e Damaso I, non parteciparono. È importante ribadire che in entrambi gli incontri, Milano e Tessalonica, non si discusse in merito alla data di nascita del Messia, preannunciato secondo le profezie dell’Antico Testamento come “la luce che illumina le genti“.

    L’aspetto centrale nella fede dei primi cristiani non era la data di nascita del Redentore. Questa non assumeva un’importanza significativa quanto la Pasqua, ovvero la vittoria sulla morte. La Redenzione era per loro il primo passo del mistero della salvezza dell’umanità, che si compie, appunto, con la Pasqua, morte e resurrezione di Cristo. I primi fedeli si concentravano sulla “resurrectio“, termine latino che sprona a “rialzarsi“, a guardare da una prospettiva più alta, ossia, far “morire” una bassa visione per “risorgere” in una più elevata. Questo concetto per una parte dei primi cristiani era più rilevante della data di nascita in sé del Salvatore.

    Come si arriva, dunque, a stabilire il 25 Dicembre come data ufficiale di nascita di Gesù, il “Natus Christus in Betleem Iudeae“, ovvero, il Compleanno per eccellenza?

    Principalmente per questioni di potere. Un potere inizialmente sostenuto da speculazioni formalmente “credibili“, mascherato da ragioni storiche e teologiche, ma mai estraneo ad atti cruenti. I primi mille anni della storia del papato, infatti, sono caratterizzati dal desiderio di supremazia e autorità su Re e Imperatori, facendo gioco forza sui fedeli e la loro paura per le scomuniche.

    A cavallo fra il I e il II secolo, affermarsi, con la connotazione di imporsi, era l’obiettivo ispirante di una rilevante parte dei fondatori della nascente Chiesa. Un’istituzione che avrebbe dovuto amministrato, secondo la loro visione, il nuovo culto e regnare sul mondo intero. Pertanto, fondamentale era seminare i presupposti, il resto si sarebbe evoluto di conseguenza, proprio come l’albero è la conseguenza del seme.

    Il 25 Dicembre, nell’Impero Romano veniva celebrata la festa “Dies Natalis Solis Invicti – Giorno della Nascita del Sole Invitto“. Una divinità solare associata alla luce, alla vittoria e alla rinascita del sole dopo il solstizio d’inverno. Il termine “invictus” significa ‘invitto’, ‘non vinto’, e sottolinea l’idea del sole che ritorna a prevalere sulle tenebre dopo il periodo di declino invernale.

    Per i Romani, come per i Greci prima di loro, conoscere la “data di nascita” del Sole era irrilevante rispetto alla data della sua vittoria sulle tenebre. Sulla stessa linea di pensiero si trovavano anche una parte dei primi Cristiani: a costoro interessava la Pasqua; vale a dire, la vittoria della luce sull’oscurità, ossia il ritorno del Cristo vivente dalla morte.

    Per i Romani morte (mors) aveva due distinti significati: quello più tangibile, fine della presenza dell’anima dentro al corpo in questo piano materiale e quello più spirituale, ritorno di quest’anima nel mondo delle ombre, o Inferi. Gli Inferi erano un luogo immaginato nelle profondità della terra, in cui la luce non poteva penetrare. Per il loro credo, l’idea che un’anima potesse ritornare dagli Inferi e rianimare il corpo, non era né assurda, né priva di fondamenta; era solamente inusuale. La letteratura di derivazione ellenica già ne parlava e ne parlavano anche diverse culture dei popolo da loro sottomessi.

    Per quella parte significativa di Cristiani che conviveva pacificamente con il culto degli dèi, il problema della data di nascita di Gesù non sussisteva. Loro erano interessati all’aspetto spirituale che la Pasqua rappresentava. Tuttavia, la parte più “politica” e altolocata della nuova fede, interessava il 25 Dicembre.

    Tra gli infiniti e accaniti dibattiti dottrinali sulla natura di Gesù, mettendo di fatto in secondo piano i Suoi Insegnamenti più profondi, copioso scorreva non solo il sangue dei cristiani. Queste guerre interne fra fazioni religioso-politico minacciavano la sicurezza dell’Impero. Per tentare di accordare le varie correnti in gioco, l’imperatore Aureliano adottò una strategia religiosa di tipo politico-unificatore, che indirettamente mirava a ridurre la frammentazione culturale dell’Impero. Nel 274 istituì ufficialmente, con la sua riforma religiosa, il culto statale del Sol Invictus, come culto Imperiale sovraregionale. Da quel momento, il Culto del Sole poteva essere identificato oltre che con Apollo, Mitra, Helios, anche con Gesù, poiché “Sol Invictus” non era una divinità in senso mitologico, bensì una costruzione teologica romana che fungeva da Principio Solare Supremo.

    Va ricordato che la religione romana non era esclusivista. Funzionava per accumulazione e identificazione, non per sostituzione. I Romani erano aperti a qualsiasi religione o filosofia, purché non minacciasse l’integrità dell’Impero. Ogni fede poteva addizionare valore al proprio credo. Questa convinzione la si ritrova anche nella gestione delle altre razze. A differenza degli antichi Greci, i Romani non si curavano della purezza della razza, in quanto ognuna di esse apportava nuova linfa all’Impero, sotto forma di cultura, tecnologia, manodopera, commercio e uomini per l’esercito.

    È bene inoltre precisare che la riforma religiosa di Aureliano non implica una identità ontologica, ma una convergenza simbolica. Nel mondo romano, in particolare nel tardo-antico, esisteva una chiara differenza tra identità religiosa ed equivalenza funzionale o simbolica. Ad esempio: i già citati Apollo, Mitra e Helios non nascevano come la stessa divinità, ma vennero progressivamente accostati e sovrapposti dato che condividevano attributi solari.

    Per un Romano del III secolo dC era possibile pensare ad Apollo come forma di Helios; Helios come manifestazione del Sol Invictus e Mitra come potenza che opera sotto il Sole Invitto. Questo non valeva allora e non vale tutt’ora per la Chiesa Cristiana, la quale rifiuta il sincretismo: incompatibilità con un culto solare, anche “inclusivo“.

    È su questo punto strutturale che i vertici cristiani affondano il progetto di Aureliano. Sebbene in vita Sua, Gesù condannò alcune pratiche e di altre corresse alcune interpretazioni, mai dichiarò errati un culto, una fede o un credo. Anche perché, al di là della mistificazione storica, alla base della religione politeista dell’antica Grecia, ereditata poi dai Romani, c’era l’Uno, chiamato Principio Zeus, da cui emergono, fra l’altro, le divinità del Panteon.

    Perché il 25 Dicembre diventi a tutti gli effetti e in tutto l’Impero d’Occidente una festività Cristiana, ovvero sia completata la cristianizzazione della festa pagana del Sol Invictus, e ci si riferisca esplicitamente a questa data come la data della nascita di Gesù, si dovrà attendere la fine del IV secolo, quando nei testi liturgici, omelie e scritti patristici venne introdotta la formula “Dies Nātālis Domīnī – il Giorno della Nascita del Signore“. Prima, c’erano solo timidi tentativi, sebbene il Cronografo del 354 – un calendario romano redatto per un cristiano – riporti come prima testimonianza sicura della celebrazione del Natale la data del 25 Dicembre 336. Alessandria d’Egitto sarà uno degli ultimi grandi centri Orientali ad adottare questa data. Siamo all’inizio del V secolo.

    Allo stato di fatto, i vangeli canonici non riportano indicazioni, neanche approssimative, circa la data di nascita di Gesù. Le principali diatribe a cavallo fra I e II secolo dC riguardavano tutt’altri argomenti e fomentavano, dall’interno dell’Impero, la tacita idea di una supremazia culturale del Cristianesimo. I suoi vertici operarono un progressivo gesto di appropriazione simbolica e delle date delle maggiori festività pagane, in particolare quelle del 25 Dicembre e del 15 Agosto. Adottarono una forma di evangelizzazione strategica pubblica, in modo che per le masse romane pagane fosse più facile aderire al cristianesimo, dato che le loro tradizioni festive non venivano cancellate, ma rielaborate sotto il profilo dell’accomodamento culturale e della continuità psicologica. Questo permetteva ai convertiti di non percepire una frattura netta, ma una promessa compiuta, una “elevazione“.

    Venendo al presente, cosa direbbe Gesù in merito a questi accadimenti, qui poco più che accennati, e al fatto che il Suo Nome e la Sua Figura furono sfruttati per un deliberato “attacco” al potere dell’Impero Romano e ai vari culti in esso praticati?

    Probabilmente nulla, o forse ci chiederebbe: “Dove, in tutto ciò, il Mio Insegnamento sarebbe stato intaccato?” Una domanda che stimolerebbe un’ampia riflessione: quanto abbiamo ascoltato Lui e quanto, invece, accreditandoli, gli intermediari?

  • Sri Sathya Sai Guru

    Dio è Unità

    Non siamo antisemita! Non odiamo nessuno per principio. Seguiamo l’insegnamento: odia il peccato, non il peccatore.

    Però, concordiamo appieno, sebbene con meno foga, con il Mosè qui raffigurato.

    Dio, se vuole, può certamente elevare un popolo al di sopra degli altri, tuttavia, non lo autorizzerebbe a sterminarne gli altri popoli, ad affamare e uccidere altri Suoi figli. Soprattutto, quando quel popolo che si mette a ferro e fuoco, da un punto di vista storico, ospita l’aggressore da svariati secoli. Dio, fra le varie cose, insegna pure la gratitudine.

    Quando Mosè liberò il popolo Ebraico, fu risoluto, ma mai aggressivo. Mai mise sotto assedio l’Egitto, né lo maledisse.

    Come suggerisce Bhagawan, preghiamo per il bene dell’intero universo, non per una sua frazione. Preghiamo per Amore della preghiera in sé.
    Preghiamo in gruppo, in collettività, e chi può si unisca al canto comunitario del Gayatri Mantra.