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Le nuvole ricordano quello che il fiume ha dimenticato di essere
Mahpiya Čík’ala se ne stava in disparte, soffocando lacrime e dolore. Non riusciva, o forse non voleva capacitarsi della recente perdita del padre. I membri della tribù tentarono di consolarlo, ma lui, nel suo tormento, li allontanava. Il dolore teneva vivo il ricordo del padre e il ricordo lo consolava.
Qualche giorno dopo, gli passò accanto l’anziano sciamano. “Seguimi“, gli disse con tono gentile, ma non discutibile, incamminandosi verso la prateria. Mahpiya Čík’ala lo seguì.
In quelle grandi pianure dove il vento parla con l’erba e il silenzio ha più voci della tempesta, camminarono a lungo sotto il sole – lui davanti, il ragazzino una decina di passi dietro.
Incrociarono un corso d’acqua. Lì, lo sciamano si sedette. Contemplò lo scorrere del fiume, poi così iniziò: “Tuo padre era forte. Aveva una voce che faceva voltare i bisonti!” Guardando il ragazzino, aggiunse: “Era forte nel fisico, nella parola e nello spirito“.
“Come può essere scomparso? Come può esistere ancora, se non lo vedo più?“, chiese Mahpiya Čík’ala, soffocando a stento il salire del tormento, mentre si asciugava una lacrima e tratteneva le altre.
Lo sciamano immerse la mano destra aperta nella limpida acqua del fiume per qualche istante, poi sollevandola, ne trattenne un poca nel palmo tenuto a conca. “«Guarda il fiume, figlio del cielo! Questa acqua conosce il suo nome? Ha una forma che difende?“, lo invitò a riflettere, restituendo lentamente l’acqua al fiume.
Il ragazzino scosse la testa.
“Eppure l’acqua è la cosa più tenace che esiste. Quando il sole la scalda abbastanza, essa smette di essere fiume. Smette di essere piatta, smette di avere rive. Si alza. Diventa quello che non si può toccare, né trattenere. Diventa cielo“.
Volse lo sguardo in su, a quell’immenso cielo. Dolcemente chiuse gli occhi come per trattenerlo dentro di sé.
Mahpiya Čík’ala si sentì in dovere anche lui di guardare il cielo, quello stesso sconfinato cielo di sempre, ma che ora, lì, gli appariva diverso, sebbene non ne comprendesse il perché.
“Tuo padre era come quest’acqua. Finché viveva qui, aveva un nome, un volto, un modo di ridere. Quella era la sua forma. Ma la forma è solo quello che l’acqua diventa quando fa freddo, quando è vicina alla terra“.
“Quindi, la morte è il calore!“, stupito concluse il ragazzino voltandosi verso lo sciamano per ricevere conferma. Lo osservò: occhi chiusi e volto al cielo. Percepì solidità e serenità.
“La morte è il momento in cui il Grande Spirito ti scalda abbastanza da farti dimenticare i tuoi confini. Nessun uomo può salire al cielo portando con sé il proprio orgoglio, la propria forza, il proprio nome, i propri averi. Il vapore non ha nome. Il vapore non dice ‘io sono questo’ e ‘non sono quello’. Lascia andare tutto e per questo può andare ovunque“.
Mahpiya Čík’ala in silenzio rifletteva su ogni singola parola, sulla metafora. Infine, dichiarò: “Allora, mio padre è nelle nuvole!“
“Tuo padre è in ogni nuvola che porta pioggia sulle pianure. Quando quella pioggia cadrà sull’erba e l’erba nutrirà il bisonte e il bisonte ci darà la vita, capirai che non è scomparso, si è semplicemente espanso. Ha smesso di essere un uomo per diventare tutto“.
Aprì gli occhi ed osservò il ragazzino seduto a poco più di un braccio da lui che lo fissava. Era sereno. Spinse lo guardo laggiù, verso quelle lontane nuvole perse nel grande cielo, poi sussurrò: “Le nuvole ricordano quello che il fiume ha dimenticato di essere!“
Si alzò e con lo stesso passo deciso di come venne, s’incamminò per rientrare. Pochi pochi passi dietro, Mahpiya Čík’ala lo seguiva – partito ragazzino, rientrava ragazzo.
Mahpiya Čík’ala, in lingua Lakota, una variante del sistema linguistico Sioux, significa “Piccola Nuvola“.