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Com’è il seva, così è l’approccio al cammino spirituale
Tre fatti di cronaca recente:
- In provincia dell’Aquila, l’autorità giudiziaria ha disposto l’allontanamento di tre minori dalla famiglia, poiché ha adottato uno stile di vita anticonformista.
- Nella contea di Oxfordshire (Inghilterra), un insegnante di un college (istituto superiore) è stato costretto a dimettersi, poiché la scelta didattica – una lezione sulle elezioni USA 2024 corredata da alcuni video del Presidente Trump – ha generato lamentele da parte di alcuni studenti, che l’hanno definita “una lezione di parte” e “fuori tema“. L’indagine interna ha prodotto accuse gravi, culminate nell’asserzione che il docente avrebbe “radicalizzato gli studenti causando loro un danno emotivo“.
- A Cremona, la decisione della scuola materna San Giorgio di sostituire la tradizionale Festa del Natale con una generica “festa dei bambini” ha allertato le opposizioni in Consiglio comunale. La celebrazione ha omesso i canti natalizi e spettacoli dei piccoli, optando per la lettura di un generico testo sulle “buone intenzioni“, evitando deliberatamente la parola “Natale” per non urtare sensibilità di nessuno.
Questi fatti rappresentativi toccano nervi scoperti della società contemporanea: i limiti dell’intervento statale nella vita familiare, ovvero, il nucleo più intimo della società; la neutralità dell’insegnamento, ossia, una scuola non indottrinata e non asservita alla politica e al consumismo; la gestione delle tradizioni in una società multiculturale, ovvero la capacità di preservare la propria identità culturale storica restando aperti ad altre culture.
La percezione diffusa nei vari Paesi Europei è che le direttive di Bruxelles mirino ad una progressiva e inesorabile distruzione del tessuto sociale, delle culture e delle identità nazionali, interessando anche le scuole di ogni ordine e grado con specifici e mirati programmi educativi dissonanti rispetto agli usi e costumi dei rispettivi popoli. Tali direttive alimenterebbero di proposito attriti interculturali, anziché stimolare una positiva interazione fra popoli diversi, e non stimolerebbero già sulla carta un propositivo dialogo atto a favorire quell’integrazione armonica in cui ogni persona, comunità e società possa accogliere quanto di meglio hanno da offrire le altrui culture. Esattamente come gestiva le diverse culture l’antico Impero Romano: un Impero sostanzialmente militarizzato, non intrusivo e in cui i cittadini godevano di maggiori libertà rispetto ad oggi.
I programmi dell’UE ufficialmente dicono una cosa, mentre le mire retrostanti affermano tutt’altro. I vertici europei parlano di pace, ma nel concreto prediligono la guerra. È palese a tutti come la pace la boicottino, anche in modo piuttosto abietto, rozzo e spudorato. Il Regno Unito vibra sulle stesse frequenze; questo, forse spiega perché il college non abbia sostenuto un suo docente, perché sempre più spesso la scuola è in combutta con genitori e studenti.
È plateale come Governi, stampa e programmi TV propinino alle nuove generazioni falsi miti ed ideali, svilendo e ridicolizzando genitori e insegnanti, i pilastri di una sana e solida società. È altrettanto plateale come la religione, millenario patrimonio socio-culturale soprattutto dell’Italia, sia costantemente schernita e rimpiazzata da beceri surrogati farneticati dalla pseudo-scienza, compiacente ai fondi d’investimento.
Siamo succubi di leggi senza Giustizia, partorite da legislatori privi di coscienza, al soldo delle correnti economico-finanziarie, e imposte da servi servizievoli che si illudono di sfuggire alla miseria che li attanaglia.
Queste situazioni guadagno terreno quando una società, dimenticando i suoi valori e le sue origini storiche, si lascia traviare dai luccichii della pirite spacciata per oro. In un tale contesto la legge dello Stato non rappresenta più i Valori Umani, sociali, morali, etici e storici della Madrepatria. La legge non è più al servizio della Nazione, ma diventa strumento di omologazione, coercizione, ricatto, nonché fonte di introiti, o furti legalizzati, per le istituzioni. Una farsa fine a sé stessa. Un peso per la società e un calvario per la gente di buona volontà. Seguire queste leggi è un’umiliazione verso sé stessi, un crimine verso la Patria, un tradimento verso Dio!
Lo Stato italiano poteva, ma non ha voluto avviare un dialogo costruttivo con la famiglia che vive ai margini di un bosco, non dentro ad un bosco come la nonna di Cappuccetto Rosso. Ha agito senza scrupoli, incurante del danno e del dolore recato sia ai bambini che ai genitori. Per tale motivo la “Famiglia nel bosco” diventa simbolo e vittima di uno Stato autoritario che, con inaudita violenza, si arroga la proprietà dei figli altrui, i quali devono essere allevati esattamente come fa il servo con il bestiame del padrone.
2500 euro mensili incassa la struttura “casa famiglia” per ciascun figlio sottratto alla coppia; 7500 euro mensili. Questa non è giustizia. Sotto la voce “tutela dei minori” gira un’enorme quantità di denaro, giustificati da non sempre limpide motivazioni; ingenti affari sulla pelle dei cittadini italiani. È un tema che dovrebbe essere approfondito, se non altro per capire quale futuro si prospetta a questi “figli rubati“.
È assai indicativo che nessuna forza politica si sia adoperata seriamente per rimediare alla criminale intrusione delle istituzioni nella vita privata di una famiglia; che nessun partito politico s’impegni a difendere l’identità, la cultura e la storica della Nazione, riportando la scuola nei suoi giusti binari: formare diligentemente le nuove leve con senso civico, sociale, culturale e patriotico, invece di lasciarla in mano a coloro che vedono in essa solo ampi margini di profitto.
È grave che nessuna associazione per i diritti civili, di avvocati e simili categorie, non si siano allertati organizzando qualche mobilitazione o campagna di sensibilizzazione a sostegno non solo di una famiglia presa di mira per le sue scelte anticonformiste, ma anche contro tutti i disservizi di uno Stato che sperpera i soldi rendendosi complice di guerre e relativi crimini, anziché investirli per il progresso nazionale.
Ma nulla supera l’assordante silenzio e indifferenza di una società che, anche se assuefatta e demoralizzata, non si organizza per richiamare lo Stato ai sani principi, ma, subendo, lo lascia proseguire imperterrito nei suoi folli progetti liberticidi, come l’identità digitale. Un click da parte dello Stato e il malcapitato di turno si ritrova in trappola: conti bloccati in entrata e uscita, impossibilitato a muoversi e anche a comprarsi di che vivere.
Un popolo che accetta tale perversa e dispotica politica dal proprio Governo, per dirla alla Orwell, “non è vittima, è complice“.
In questo scenario, qual è la posizione dei devoti di Sri Sathya Sai Baba, Colui che affermò: “La vostra vita è il Mio Messaggio?” Lo hanno colto e fatto proprio, oppure, a seguito della Sua dipartita si sono rintanati, chiusi nelle loro quasi inaccessibili comunità fatte di Centri e Gruppi, apparendo davanti all’opinione pubblica al pari di una setta? Persino gli incontri online non sono di libero accesso e fruibilità, quasi avessero paura di esporsi diffondendo i Suoi Insegnamenti.
Eppure, Bhagawan era di diverso avviso. Egli parlava pubblicamente senza chiedere a nessuno di identificarsi e lasciava che la Sua Immagine, il Suo Darshan, circolasse liberamente anche su Internet; non lo limitava con un copyright, come accade ora con i video che Lo riguardano.
Queste domande vogliono essere uno sprono, qualcosa di costruttivo, non una gratuita critica, o velata allusione. Da tempo insisto affinché tutti i devoti, aderenti o meno ad una delle Organizzazioni, si uniscano e collaborino all’unisono per dare luogo, come disse in diverse occasioni Bhagawan, ad un “nuovo Risorgimento“. Però, finché i devoti, coloro che dovrebbero dare il buon esempio alla gente, restano chiusi nel loro mondo, nella loro morente comunità, nelle ristrette idee a rimuginare o a trasognare, l’Unità non ci sarà e il Messaggio di Bhagawan non sarà veicolato nella sua concretezza.
Questi tre episodi rappresentativi dovrebbero invitare ogni singolo devoto a profonde e sincere riflessioni; dovrebbero indurlo ad analizzare scrupolosamente la motivazione e la qualità del suo seva, servizio altruistico reso al prossimo; esaminare dove posiziona l’asticella, consapevolizzarne il perché, e sforzarsi ad alzarla rimuovendo ogni possibile impedimento.
In particolare, dovrebbe scoprire se il seva che pratica incontra le necessità effettive della società, oppure è vincolato al mero e inconsapevole appagamento. Vale a dire: se mira al “che tutti siano felici“, oppure è fine a sé stesso, basta fare qualcosa.
Comprendere la motivazione e la qualità del proprio seva è di primissima importanza: esiste una stretta relazione fra l’individuo e la società, e tale relazione si riflette sul seva svolto dal singolo alla comunità. Pertanto, com’è il seva, così è l’approccio al proprio cammino spirituale.
- In provincia dell’Aquila, l’autorità giudiziaria ha disposto l’allontanamento di tre minori dalla famiglia, poiché ha adottato uno stile di vita anticonformista.
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Sulla nascita di Gesù
L’uomo, sin dalle epoche più remote, ha sempre avvertito la profonda necessità di datare gli eventi. Le motivazioni sono varie: si va dalle necessità pratiche e di sopravvivenza, quindi il ciclo agricolo e stagionale, alle questioni sociali ed amministrative, ovvero la registrazione di possedimenti e organizzazione socio-politica, passando per le esigenze culturali e religiose, ossia la gestione delle ricorrenze liturgiche e memoria collettiva.
Su questa base, una domanda nasce spontanea: cos’è una data, oltre ad un numero sul calendario?
Una data è un legame triadico, connette tre elementi fondamentali: il soggetto interessato, sia questo individuale o collettivo, e l’evento da collocare in relazione all’ancora temporale, il punto di riferimento stabile nel tempo. Questa triade non è solo descrittiva, rivela pure la natura relazionale e culturale del tempo storico.
Gli accadimenti storici datati mediante gli acronimi AC e AD – rispettivamente, Ante Christum Natum, prima della nascita del Cristo, e Anno Domini, nell’Anno del Signore – è oggi una convenzione adottata praticamente a livello globale e l’ancora temporale stabile è la stessa nascita del personaggio storico Gesù.
L’acronimo AD ultimamente è stato sostituito con DC, Dopo Cristo. Questo testimonia il crescente allontanamento dalle radici storiche e cultura di questa nostra società che si definisce maldestramente “laica” e “progressista“.
Se fino a buona parte del secolo scorso la storia veniva divisa in due macro-aree, quella precedente all’Avvento di Cristo e quella accompagnata dalla costante Sua presenza, ora, con la denominazione “Dopo Cristo“, Gesù viene ridotto a quel semplice punto che divide una retta in due semirette. In una parole: svilito.
Ma come, dove e quando nasce l’idea di adottare questi due acronimi?
Questi acronimi nascono quasi per “caso” e, purtroppo, non per rendere eterno omaggio all’uomo, alla figura, o all’Essere Divino – a seconda delle diverse sensibilità – la cui Missione fu ed è totalmente a vantaggio dell’intera umanità.
Correva un certo anno di difficile collocazione temporale, quando a Roma, nelle sedi vaticane, il primicerius – tale Bonifacio, capo dei notai pontefici – chiese al monaco scita Dionigi il Piccolo di riformare le tabelle per il calcolo della Pasqua. All’epoca la computazione avveniva contando gli anni dall’imperatore Diocleziano, ritenuto persecutore dei cristiani.
Dionigi non propose qualcosa di rivoluzionario in sé, ma di stabilire un’ancora temporale immutabile nel tempo, in luogo a quella legata all’avvicendarsi degli imperatori e dei consoli romani. Propose, dunque, di numerare gli anni “ab incarnatione Domini nostri Iesu Christi“, dall’Incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo. In questo modo introdusse l’era cristiana nel computo degli anni.
Ora, diventa facile identificare quell’anno in cui il primicerius chiese al monaco scita di elaborare un sistema per il computo della Pasqua: correva l’anno del Signore, Anno Domini, 525. Diventava semplice perché l’anno successivo, indipendentemente dalla figura istituzionale in carica, sarebbe stato l’Anno del Signore 526, poi 527 e così via.
La soluzione elaborata da Dionigi nel VI secolo iniziò a diffondersi in ambito ecclesiastico tra il VII e VIII secolo, ma sarà utilizzata nei documenti ufficiali europei più tardi, tra il IX e il XIII secolo. Si dovrà arrivare nel XIX secolo perché diventi uno standard globale.
Nei suoi calcoli atti a determinare l’anno 1, l’anno dell’Avvento, Dionigi commise diversi errori. Da resto, lui era uno specialista nel calcolo delle date liturgiche, non era uno storico, non disponeva di tutto il materiale che dispongono gli storici attuali; ma soprattutto, all’epoca non era chiaro il concetto che la storia conta anni, la scienza conta il tempo. In altri termini, lui non aveva come obiettivo la ricostruzione storica critica, lavorava su tavole cronologiche indirette, non su fonti primarie. Il suo scopo era fissare un punto di riferimento simbolico, l’ancora temporale stabile, non intendeva dimostrare una data storica esatta.
La ricostruzione moderna, basata sullo studio sistematico e critico degli eventi riportati da diverse fonti, e sincronizzati con l’astronomia, dimostra che l’Avvento va retrodatato di 5, 7 anni rispetto all’anno 1 di Dionige. Questo anche perché, stando alle fonti, quando Erode il Grande, Re della Giudea, ordinò quella che passò alla storia come la “strage degli innocienti“, Gesù doveva avere poco meno di tre anni. Erode morì nel 4 AC. Pertanto la nascita del Messia è antecedente a quella stabilità da Dionige. Queste certezze ce le da’ l’astronomia odierna, in grado di ricostruire e datare le posizioni degli astri sino a farli combaciare con i resoconti dell’epoca.
Oggi sappiamo che né nell’anno 1 calcolato da monaco scita, né nei precedenti 7 anni, apparvero comete nei cieli del Medio Oriente. L’unico testo che menziona la cometa è il Vangelo di Matteo. L’evento, però, non trova riscontro in altre documentazioni dell’epoca. Di conseguenza, la cosiddetta “cometa di Betlemme“, altro non sarebbe che la cometa di Halley passata nel 12 AC.
Rilevante, invece, è il fenomeno che accadde nell’anno 7 AC, l’anno che secondo la scienza odierna potrebbe essere il vero anno di nascita del Cristo. In quell’anno si manifestò un fenomeno rarissimo e simbolicamente significativo per il mondo di allora: la tripla congiunzione Giove–Saturno nella costellazione dei Pesci. Secondo il simbolismo mesopotamico, Giove rappresenta regalità e sovranità, Saturno il popolo d’Israele, i Pesci la regione Siria-Palestina. Questo spiegherebbe come i Magi, astrologi orientali, abbiano potuto calcolare il periodo e il luogo della nascita del “Re dei Giudei“, della “luce che illumina le genti” e da Lui, recarvisi.
La triplice congiunzione avvenne in tre fasi: la prima nella seconda metà di Maggio e presumibilmente ne indicava l’effettiva nascita, la seconda fase a fine Settembre con il moto retrogrado, mentre l’ultima fase verso i primi di Gennaio del 6 AC.
Nota a margine: sembrerebbe che Sri Sathya Sai Baba abbia affermato che la nascita di Gesù sia avvenuta nel Maggio del 7 AC.
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Natus Christus in Betleem Iudeae
Il termine “Natale” deriva da “Natalis“, che in latino significa “relativo alla nascita“. “Natalis” proviene dal verbo latino “nasci“, in italiano “nascere“.
“Dies natalis” era la comune frase che indicava il compleanno di una persona, sia questa un normale cittadino o un imperatore. Nel suo senso più ampio indicava anche l’anniversario della fondazione di una città o di un tempio.
Prima del IV secolo, i Cristiani non celebravano la nascita di Gesù. Le comunità nate attorno alla figura del Salvatore si concentravano soprattutto sulla Pasqua, simbolo di morte e resurrezione. I primi tentativi di datare la Sua nascita avvennero attorno alla metà del III secolo, prima di allora non era così rilevante. L’Oriente assunse come data significativa quella del 06 Gennaio, giorno dell’Epifania, mentre l’Occidente il 25 Marzo, poiché legata alla primavera e al solstizio pasquale.
Stabilire una data al fine di avviare una stabile ricorrenza, fu per l’Occidente un percorso tortuoso che divise la comunità in diverse contrapposte fazioni.
Nel tentativo di pacificare le diverse correnti interne alla neonata Chiesa in merito alla natura di Gesù il Cristo – le quali sfociavano spesso e volentieri in feroci e sanguinarie diatribe che rischiavano di destabilizzare l’Impero proprio nel suo cuore, Roma – furono organizzati due importanti incontri: quello dell’imperatore Costantino nel 313, passato alla storia come l’Editto di Milano, e quello dell’imperatore Teodosio, nel 380, che si concluse con l’Editto di Tessalonica (oggi Salonicco, Grecia).
A differenza del Concilio del 325 tenutosi a Nicea, (oggi İznik, Turchia) a cui il papa Silvestro I si fece rappresentare da due presbiteri romani, Vitale e Vicente, agli appuntamenti di Milano e Tessalonica, i relativi papi in carica, Milziade e Damaso I, non parteciparono. È importante ribadire che in entrambi gli incontri, Milano e Tessalonica, non si discusse in merito alla data di nascita del Messia, preannunciato secondo le profezie dell’Antico Testamento come “la luce che illumina le genti“.
L’aspetto centrale nella fede dei primi cristiani non era la data di nascita del Redentore. Questa non assumeva un’importanza significativa quanto la Pasqua, ovvero la vittoria sulla morte. La Redenzione era per loro il primo passo del mistero della salvezza dell’umanità, che si compie, appunto, con la Pasqua, morte e resurrezione di Cristo. I primi fedeli si concentravano sulla “resurrectio“, termine latino che sprona a “rialzarsi“, a guardare da una prospettiva più alta, ossia, far “morire” una bassa visione per “risorgere” in una più elevata. Questo concetto per una parte dei primi cristiani era più rilevante della data di nascita in sé del Salvatore.
Come si arriva, dunque, a stabilire il 25 Dicembre come data ufficiale di nascita di Gesù, il “Natus Christus in Betleem Iudeae“, ovvero, il Compleanno per eccellenza?
Principalmente per questioni di potere. Un potere inizialmente sostenuto da speculazioni formalmente “credibili“, mascherato da ragioni storiche e teologiche, ma mai estraneo ad atti cruenti. I primi mille anni della storia del papato, infatti, sono caratterizzati dal desiderio di supremazia e autorità su Re e Imperatori, facendo gioco forza sui fedeli e la loro paura per le scomuniche.
A cavallo fra il I e il II secolo, affermarsi, con la connotazione di imporsi, era l’obiettivo ispirante di una rilevante parte dei fondatori della nascente Chiesa. Un’istituzione che avrebbe dovuto amministrato, secondo la loro visione, il nuovo culto e regnare sul mondo intero. Pertanto, fondamentale era seminare i presupposti, il resto si sarebbe evoluto di conseguenza, proprio come l’albero è la conseguenza del seme.
Il 25 Dicembre, nell’Impero Romano veniva celebrata la festa “Dies Natalis Solis Invicti – Giorno della Nascita del Sole Invitto“. Una divinità solare associata alla luce, alla vittoria e alla rinascita del sole dopo il solstizio d’inverno. Il termine “invictus” significa ‘invitto’, ‘non vinto’, e sottolinea l’idea del sole che ritorna a prevalere sulle tenebre dopo il periodo di declino invernale.
Per i Romani, come per i Greci prima di loro, conoscere la “data di nascita” del Sole era irrilevante rispetto alla data della sua vittoria sulle tenebre. Sulla stessa linea di pensiero si trovavano anche una parte dei primi Cristiani: a costoro interessava la Pasqua; vale a dire, la vittoria della luce sull’oscurità, ossia il ritorno del Cristo vivente dalla morte.
Per i Romani morte (mors) aveva due distinti significati: quello più tangibile, fine della presenza dell’anima dentro al corpo in questo piano materiale e quello più spirituale, ritorno di quest’anima nel mondo delle ombre, o Inferi. Gli Inferi erano un luogo immaginato nelle profondità della terra, in cui la luce non poteva penetrare. Per il loro credo, l’idea che un’anima potesse ritornare dagli Inferi e rianimare il corpo, non era né assurda, né priva di fondamenta; era solamente inusuale. La letteratura di derivazione ellenica già ne parlava e ne parlavano anche diverse culture dei popolo da loro sottomessi.
Per quella parte significativa di Cristiani che conviveva pacificamente con il culto degli dèi, il problema della data di nascita di Gesù non sussisteva. Loro erano interessati all’aspetto spirituale che la Pasqua rappresentava. Tuttavia, la parte più “politica” e altolocata della nuova fede, interessava il 25 Dicembre.
Tra gli infiniti e accaniti dibattiti dottrinali sulla natura di Gesù, mettendo di fatto in secondo piano i Suoi Insegnamenti più profondi, copioso scorreva non solo il sangue dei cristiani. Queste guerre interne fra fazioni religioso-politico minacciavano la sicurezza dell’Impero. Per tentare di accordare le varie correnti in gioco, l’imperatore Aureliano adottò una strategia religiosa di tipo politico-unificatore, che indirettamente mirava a ridurre la frammentazione culturale dell’Impero. Nel 274 istituì ufficialmente, con la sua riforma religiosa, il culto statale del Sol Invictus, come culto Imperiale sovraregionale. Da quel momento, il Culto del Sole poteva essere identificato oltre che con Apollo, Mitra, Helios, anche con Gesù, poiché “Sol Invictus” non era una divinità in senso mitologico, bensì una costruzione teologica romana che fungeva da Principio Solare Supremo.
Va ricordato che la religione romana non era esclusivista. Funzionava per accumulazione e identificazione, non per sostituzione. I Romani erano aperti a qualsiasi religione o filosofia, purché non minacciasse l’integrità dell’Impero. Ogni fede poteva addizionare valore al proprio credo. Questa convinzione la si ritrova anche nella gestione delle altre razze. A differenza degli antichi Greci, i Romani non si curavano della purezza della razza, in quanto ognuna di esse apportava nuova linfa all’Impero, sotto forma di cultura, tecnologia, manodopera, commercio e uomini per l’esercito.
È bene inoltre precisare che la riforma religiosa di Aureliano non implica una identità ontologica, ma una convergenza simbolica. Nel mondo romano, in particolare nel tardo-antico, esisteva una chiara differenza tra identità religiosa ed equivalenza funzionale o simbolica. Ad esempio: i già citati Apollo, Mitra e Helios non nascevano come la stessa divinità, ma vennero progressivamente accostati e sovrapposti dato che condividevano attributi solari.
Per un Romano del III secolo dC era possibile pensare ad Apollo come forma di Helios; Helios come manifestazione del Sol Invictus e Mitra come potenza che opera sotto il Sole Invitto. Questo non valeva allora e non vale tutt’ora per la Chiesa Cristiana, la quale rifiuta il sincretismo: incompatibilità con un culto solare, anche “inclusivo“.
È su questo punto strutturale che i vertici cristiani affondano il progetto di Aureliano. Sebbene in vita Sua, Gesù condannò alcune pratiche e di altre corresse alcune interpretazioni, mai dichiarò errati un culto, una fede o un credo. Anche perché, al di là della mistificazione storica, alla base della religione politeista dell’antica Grecia, ereditata poi dai Romani, c’era l’Uno, chiamato Principio Zeus, da cui emergono, fra l’altro, le divinità del Panteon.
Perché il 25 Dicembre diventi a tutti gli effetti e in tutto l’Impero d’Occidente una festività Cristiana, ovvero sia completata la cristianizzazione della festa pagana del Sol Invictus, e ci si riferisca esplicitamente a questa data come la data della nascita di Gesù, si dovrà attendere la fine del IV secolo, quando nei testi liturgici, omelie e scritti patristici venne introdotta la formula “Dies Nātālis Domīnī – il Giorno della Nascita del Signore“. Prima, c’erano solo timidi tentativi, sebbene il Cronografo del 354 – un calendario romano redatto per un cristiano – riporti come prima testimonianza sicura della celebrazione del Natale la data del 25 Dicembre 336. Alessandria d’Egitto sarà uno degli ultimi grandi centri Orientali ad adottare questa data. Siamo all’inizio del V secolo.
Allo stato di fatto, i vangeli canonici non riportano indicazioni, neanche approssimative, circa la data di nascita di Gesù. Le principali diatribe a cavallo fra I e II secolo dC riguardavano tutt’altri argomenti e fomentavano, dall’interno dell’Impero, la tacita idea di una supremazia culturale del Cristianesimo. I suoi vertici operarono un progressivo gesto di appropriazione simbolica e delle date delle maggiori festività pagane, in particolare quelle del 25 Dicembre e del 15 Agosto. Adottarono una forma di evangelizzazione strategica pubblica, in modo che per le masse romane pagane fosse più facile aderire al cristianesimo, dato che le loro tradizioni festive non venivano cancellate, ma rielaborate sotto il profilo dell’accomodamento culturale e della continuità psicologica. Questo permetteva ai convertiti di non percepire una frattura netta, ma una promessa compiuta, una “elevazione“.
Venendo al presente, cosa direbbe Gesù in merito a questi accadimenti, qui poco più che accennati, e al fatto che il Suo Nome e la Sua Figura furono sfruttati per un deliberato “attacco” al potere dell’Impero Romano e ai vari culti in esso praticati?
Probabilmente nulla, o forse ci chiederebbe: “Dove, in tutto ciò, il Mio Insegnamento sarebbe stato intaccato?” Una domanda che stimolerebbe un’ampia riflessione: quanto abbiamo ascoltato Lui e quanto, invece, accreditandoli, gli intermediari?