• Sri Sathya Sai Guru

    Introduzione a quattro termini chiave

    In tutti gli esseri umani esiste una costante che li accomuna, indipendentemente dalla loro nazionalità, istruzione, stato sociale, professione, e idee politiche: il bisogno di comprendere sé stessi.

    Quello che nel mondo, filtrate dal proprio punto di vista, valutiamo come azioni e conseguenze positive o negative, nascono tutte, senza eccezione alcuna, nel tentativo dell’uomo di rispondere alla domanda per eccellenza: “chi sono io?“.

    Come nella penombra è facile scambiare la corda per un serpente, così, nell’ignoranza spirituale, è facile scambiare la felicità mondana, con tutti i suoi annessi e connessi, con quel appena avvertito barlume di felicità, o più correttamente di beatitudine, che è componente inscindibile dell’essenza incarnata, l’uomo.

    La ricerca di sé stessi è paragonabile ad un viaggio: ha una partenza, una meta ed un preciso percorso che ad essa punta. Il viaggio, pertanto, non va confuso con il girovagare. Il fatto che a volte, durante il viaggio, accada di dover ritornare sui propri passi poiché la retta via è stata smarrita, non lo declassa. Il viaggio, a differenza del girovagare, vanta la meta, sebbene questa vada delineandosi strada facendo.

    La maggioranza degli uomini non cerca realmente la “felicità mondana“, in essa ripiega. È più impegnativo fare il ricercatore d’oro, che assaltare il portavalori. È più facile seguire un’illusione esterna, che estirpare la sua radice che affonda nell’intimo.

    Esattamente come il portavalori non può trasportare un giacimento d’oro, allo stesso modo, la felicità mondana non può eguagliarsi alla beatitudine interiore propria dell’uomo. Ricercare la prima in difetto alla seconda procura, sebbene a tempo debito, dolore, proprio come il carcere lo è per il furto.

    Per sottrarsi progressivamente a questo dolore, della stessa natura dell’illusione che lo ammanta, la felicità mondana, quattro termini andrebbero compresi e messi a profitto: riflessione, introspezione, autoanalisi e meditazione.

    La riflessione è il primo movimento della mente verso la consapevolezza. Essa consiste nel soffermarsi deliberatamente su un’esperienza, un pensiero o un evento per comprenderne il significato.

    L’introspezione si concentra sull’osservazione diretta dei propri processi interiori, quali i propri pensieri, le proprie emozioni e i propri impulsi mentre emergono nella coscienza. Non si tratta semplicemente di analizzarli, bensì di riconoscerli con lucidità.

    L’autoanalisi è una forma più sistematica e approfondita di introspezione. Non ci si limita ad osservare i propri stati interiori, ma si cerca di comprenderne le cause e le strutture. Si esaminano le proprie convinzioni, paure, desideri e modelli comportamentali che si ripetono nel tempo. Questo processo richiede sincerità e coraggio, perché implica il confronto con aspetti di sé stessi che spesso si preferisce ignorare.

    La meditazione consiste nel creare uno spazio di silenzio interiore nel quale i pensieri possono rallentare e dissolversi. In questo stato di quiete emerge una consapevolezza più sottile, non coinvolta nelle attività mentali abituali. Consta di tre passaggi: concentrazione, contemplazione e assorbimento, o meditazione vera e propria.

  • Sri Sathya Sai Guru

    Il dolore è familiare e il cambiamento è sconosciuto

    La metafora del carcere interiore

    Quello che segue è un passo riadattato del discorso che il monaco buddista (Buddhismo Thiến, lo Zen/Chán vietnamita) Thich Nhat Hanh (11/10/1926 – 21/01/2022) tenne al Maryland Correctional Institution, un istituto penitenziario, il 16 Ottobre 1999.

    La metafora che propone merita particolare attenzione e una sincera riflessione, in quanto non è così facile scoprire il proprio carcere interiore, quello che ci “incarcera assai più di un carcere fisico.

    Spesso si dice che se prendi un prigioniero e lo liberi dopo molti anni, lui non saprà come vivere da uomo libero. Potrebbe persino desiderare di tornare nella sua cella. La paura della libertà, la paura dell’ignoto, è così forte che preferisce la sofferenza che conosce. Noi tutti abbiamo un carcere interiore, e le sbarre di quella prigione sono le nostre paure, le nostre abitudini, le nostre percezioni erronee. Anche se la prigione ci causa dolore, è un dolore che conosciamo. L’ignoto al di fuori della prigione ci spaventa di più.

    — Thich Nhat Hanh

    Da Be Free Where You Are: A Talk Given At The Maryland Correctional Institute – Sii libero ovunque ti trovi: un discorso tenuto al Maryland Correctional Institute.