• Sri Sathya Sai Guru

    Il facile “credere”, questo è il problema!

    Il termine “credere” è un termine interessante, spesso poco approfondito sia in ambito spirituale, che in qualsiasi altro aspetto della vita. Riflettere profondamente, attentamente e sinceramente su esso, il contesto su cui viene chiamato in causa e le relative implicazioni, risulterà davvero profittevole.

    Credere” significa “ritenere” vera una certa cosa. La maggior parte delle persone sviluppa le proprie idee, convinzioni ed azioni, e condiziona la propria vita su questo “ritenere“.

    In senso semantico-pragmatico e non come distinzione rigidamente logica c’è dunque un’abissale differenza fra “credere“, o “ritenere“, ed “essere certo“. “Credere“, o “ritenere“, non equivale ad “essere certi“.

    Ritenere” avvia un processo, oppure ne postula o ne accompagna una passo, mentre “essere certo” ne constata il risultato finale. Più precisamente, il primo indica un atteggiamento cognitivo processuale e valutativo, il secondo esprime uno stato cognitivo stabilizzato e conclusivo.

    Ritenere” implica – sulla base degli elementi disponibili per dare avvio o svolgimento ad un percorso di giudizio, quali, indizi, argomenti, esperienze, credenze, ragionamenti, etc. – che si pervenga ad una conclusione che resta aperta alla revisione.

    Essere certo“, al contrario, dichiara che il processo valutativo è implicitamente dato per concluso e il risultato è assunto come definitivo e non problematico. Pertanto, ne afferma l’esito senza necessità di tematizzare il percorso.

    Entrambi i termini, sebbene con grado diverso, sono soggettivi. Entrambi si relazionano al mondo fenomenico e riguardano lo stato psicologico dell’individuo, non la verità oggettiva di un fatto in sé. Quindi, non sono consequenziali: non si parte sempre dal “ritenere” per arrivare all'”essere certo“. Spesso si “ritiene” senza mai giungere alla “certezza“, o si “è certi“, per fede o pregiudizio, saltando un processo razionale o esperienziale. La loro differenza sta nel grado di convinzione e fondatezza. “Ritenere” è certamente più aperto al dubbio rispetto ad “essere certo“. Tuttavia, è pur vero che l'”essere certo“, a volte, è dichiarato da individui incapaci di gestire e risolvere i dubbi, rendendolo, di conseguenza, un raggiungimento totalmente fittizio.

    In ambito spirituale, quando un devoto afferma “credo in Dio“, oppure “sono certo che Dio esiste“, sta sostanzialmente dichiarando, nel primo caso, qualcosa che ha carattere ipotetico, ossia, provvisorio o processuale; mentre nel secondo, un raggiungimento nella propria mente di una convinzione definitiva, non incline a rivisitazione. Entrambe le posizioni descrivono stati mentali soggettivi, non fasi di un percorso verso la Verità che sta oltre sia al soggettivo che all’oggettivo.

    Nel mondo fenomenico il termine “Dio” è progressivamente una parola, un’idea e un concetto prodotti dall’uomo; una sua invenzione per il suo diletto, o una parvenza di un qualcosa che percepisce, ma non comprende, da sfruttare per la propria elevazione, per la via del suo ritorno. In quest’ultimo caso, strumento per il superamento della materialità, dell’intellettualizzazione e dell’astrazione.

    Dio non produce le condizioni “ritenere” o “essere certo“. Dio è uno stato di coscienza, non un effetto partorito dalla mente. Pertanto, né la posizione del “credere/ritenere“, né la dichiarazione “sono certo” sostengono la piena Luce. Entrambe possono essere negate, poiché sorrette da basi deduttive o necessità psicologiche. Si dovrebbe notare la discrepanza tra “credere – essere certo“, le condizioni che favoriscono una fede ed un’adesione passive, e l’autenticità di quel raggiungimento che dissolve l’identificazione emotiva e il senso di appartenenza. In altre parole, ci si dovrebbe spingersi dal “vedere il fuoco o sentirne il suo calore“, posizioni esterne, al si “è Fuoco“; stato questo di cui non si può definire “interno“, poiché non esiste un secondo.

  • Sri Sathya Sai Guru

    Il seme e l’albero

    Nel viaggio che conduce alla meta naturale dell’uomo, la realizzazione del Sè, ci sono due costanti obiettivi: l’illuminazione vera e propria, quella che anticipa la Liberazione, e le piccole illuminazioni intermedie, ossia piccole liberazioni. Questo concetto viene spesso metaforizzato con una scala, la cui interezza rappresenta l’elevazione del percorso spirituale verso il fine ultimo della vita, mentre i singoli pioli, o gradini, simboleggiano le piccole illuminazioni. Le storielle zen si prefiggono di favorire tali piccole illuminazioni, precursori di quella finale.

    Le storielle zen, non vanno paragonate alle brevi storielle, le Chinna Katha, raccontate da Sri Sathya Sai Baba.

    In linea generale, le Chinna Katha sono racconti a carattere pedagogico, finalizzate a comprendere un principio morale, etico o interiore attraverso un episodio semplice. Le storielle zen, koan o aneddoti di maestri zen, sono spesso paradossali o aperte, destinate a far superare la logica ordinaria, provocando, di conseguenza, un’intuizione immediata, una piccola illuminazione, o satori. Il significato della storiella in sé non viene esplicitamente espresso.

    Sempre il linea generale si potrebbe dire che le prime sono propedeutiche alla condizione richiesta dalle seconde. Le Chinna Katha instradano l’individuo alla riflessione, a renderlo pronto a cogliere quello che ha sempre avuto davanti agli occhi, pur senza rendersene conto, poiché limitato dalla logica mondana. Lo zen tenta di indurre quello che si chiama lo shock illuminativo, puntano a scardinare i concetti e sospendendo il giudizio.

    Il maestoso albero, le cui fronde donano frescura e riposo al viandante, nasce da un piccolo seme. Oh uomo, siediti ai piedi dell’albero e realizza il seme!

    La prima parte di questo koan descrive un fatto naturale, semplice e incontrovertibile. Il maestoso albero imponente, che offre riparo e conforto, ha un’origine umilissima: un piccolo seme. Chiunque sa che l’albero nasce da un seme. Questa è la logica formale: il velo da squarciare che tutti abbiamo davanti agli occhi.

    La seconda parte è l’istruzione, il cuore del koan. Il maestro si rivolge direttamente al discepolo, di riflesso anche a noi, e lo invita ad un’azione paradossale: sedersi sotto l’albero per “realizzare il seme“, non per godere solo della frescura e dell’ombra, ossia i “frutti” dell’albero.

    La scena nel suo complesso ci comunica anche qualcos’altro di importante: in entrambi i casi – rappresentati dal viandante, o mondo fenomenico, e dal meditante, o cammino spirituale – si deve essere nei pressi dell’albero, ovvero frequentare il giusto ambiente, o atmosfera, che induca il viandante a diventare meditante, e il meditante a raggiungere lo scopo.

    L’albero simboleggia quella zona in cui l’aderenza alla morale, all’etica e ai Valori Umani favoriranno nell’uomo che li addotta a trasmutarsi in un ricercatore e a superare anche tale stadio.

    Un altro insegnamento implicito è relativa al culto e alla ritualità. Questi non devono essere considerati il fine, ma solo i mezzi necessari a provocare la trasmutazione, l’avanzamento spirituale. In altri termini, la riduzione degli strati che velano la propria vera natura.

    In tutto questo, dove trova posto il Maestro?
    Il Maestro non rientra nella scena. Egli è la voce fuori campo. Egli è al di là della mondanità e della strada atta a trascenderla. Egli è il richiamo della Meta. È per tale motivo che non si diventa mai davvero Uno con il Maestro: dopo essersi identificati con Lui, abbandonando l’individualità si è una cosa sola con Lui. L’onda emersa dall’Oceano si riimmerge in esso. L’individualità è pura illusione. Nulla si è davvero mosso. Il seme e l’albero sono mutevoli, quindi apparenti. Nel silenzio interiore, messa da parte la mente, si lascerà affiorare il principio che si cela dietro la loro apparenza.