Sri Sathya Sai Guru

Oltre al Dio pensato

È difficile per la maggior parte delle persone accettare che sia Dio a svanire e non l’uomo. Per alcuni, questa affermazione potrebbe costituire una vera e propria eresia, tanto da non prenderla nemmeno come ipotesi plausibile, una teoria da verificare.

Costoro dovrebbero fermarsi un momento ad indagare da dove derivi questa riluttanza. Scoprirebbero, probabilmente, che proviene da un sapere acquisito esteriormente, accreditato da fonti esterne assunte come autorevoli, accettate come verità e non come indicazioni per una individuale conquista interiore.

In ambito spirituale, il ricercatore deve essere conscio che tutti i testi sacri sono solamente indicazioni utili al “viaggio” interiore. La Meta è dentro, non esterna a sé. Persino l’Avatar non pretende d’essere creduto sulla parola, se non per quel minimo indispensabile ad dare corso a quella pratica che porta alla individuale esperienza. Infatti, è l’esperienza che annulla la comune necessità di credere. È lei che porta il ricercatore oltre alla mera informazione “tu sei Dio“.

In mancanza di tale fondamentale condizione, la diretta esperienza, quello a cui normalmente si tende a credere si ferma a livello concettuale, coadiuvato, a volte, da emozioni e inconsce necessità psicologiche. Nulla va oltre al mentale; tali credenze sono come nuvole nel cielo: si contraggono, si dilatano o si disperdono restando nella “troposfera“, il livello più basso dell’atmosfera, metaforicamente la mente.

Questi sono i limiti del Dio concettuale, il Dio che facciamo vivere nel nostro pensiero. Quando il pensiero svanisce, svanisce anche quel Dio che vi era contenuto. Quando il pensiero inizia a scricchiolare, ecco sorgere la “crisi“. Si inizia a dubitare di Dio, o più correttamente, a dubitare del proprio pensiero, del proprio contenitore. Questo accade perché si cerca di “credere in Dio“, anziché “conoscere Dio“.

Va compreso che Dio non può essere pensato, poiché il pensiero crea una distinzione tra soggetto e oggetto. Tale distinzioni, o separazione, non permette di cogliere quello che è il Soggetto per eccellenza, Dio.

Non si deve cercare Dio nei cieli delle idee acquisite, bensì nella terra fertile del silenzio interiore, dove il pensiero tace e l’Essenza si rivela.

Si deve iniziare ad esplorare come la propria tendenza a concettualizzare Dio ne riduca la portata, come nelle difficoltà personali e collettive i costrutti mentali su Dio possano vacillare, ma soprattutto, perché si confonde il pensiero teologico con l’esperienza divina.

Nella seconda delle sue 31 considerazioni, contenute nel suo libro I custodi dell’eternità, Giancarlo Rosati dichiara:

Comunemente si pensa che l’uomo muoia e che Dio sopravviva alla sparizione dell’umanità. Il concetto è falso: è vero il contrario. Noi esistiamo e continueremo ad esistere in quanto riflessi dell’Assoluto, mentre il Dio teologico/religioso che noi abbiamo inventato muore con l’individuo fisico. Essendo frutto dell’immaginazione, quando gli individui spariranno dalla faccia della terra – diceva Sai Baba e lo ribadiva Nisargadatta – Dio sparirà. Nisargadatta concludeva il suo pensiero dicendo: “Dio ha un destino che è legato al tempo. Quando Lui sparirà io ci sarò ancora perché io sono l’Eterno, l’Assoluto, e Lui era frutto del mio pensiero“.

In modo simile predicava il teologo e religioso tedesco del XIII/XIV secolo, Meister Eckhart:

L’uomo non deve accontentarsi di un Dio pensato, perché quando il pensiero svanisce, anche Dio svanisce. Piuttosto, dobbiamo possedere Dio nella Sua Essenza… In tutte le sue opere e in tutte le cose, l’uomo deve cogliere Dio nel modo più sublime possibile.

La coerenza lo portava a dichiarare di fronte ai fedeli: “Prego Dio che mi liberi da Dio“.

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