• Sri Sathya Sai Guru

    Epifania

    La parola “Epifania” proviene dal greco ἐπιφάνεια (epipháneia), significa “manifestazione” o “apparizione gloriosa“. È un termine assai più arcaico della nascita di Gesù. Questo testimonia che “manifestazioni” o “apparizioni gloriose“, intese come incarnazioni manifeste e gloriose della divinità, per il mondo antico erano rare ma non novità.

    Nella teologia cristiana, l’Epifania celebra il momento in cui la divinità di Gesù Cristo si manifesta pubblicamente al mondo, non più solo ad un gruppo ristretto come inizialmente i pastori a Natale.

    I pastori, nella società giudaica di allora, erano considerati figure socialmente basse e marginali. Ma, con l’Avvento diventano i “Primi Eletti“. Dio sceglie loro, non i potenti o i religiosi del Tempio, per dare l’annuncio più importante di quel periodo storico. È il simbolo del ribaltamento dei valori portato da Gesù: i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi.

    Sebbene la data di nascita del Salvatore sia ancora oggetto di studi e discussioni, non vi sono dubbi sul luogo della nascita: Betlemme. Betlemme è la “Città di Davide“, il Re più grande d’Israele, il quale, prima di essere incoronato, fu un pastore, un “marginale“.

    le figure di Re Davide, dei pastori, e i tre Magi, i sapienti e ricchi stranieri che rappresentano il mondo pagano, costituiscono le premesse dell’Insegnamento del Cristo: un Insegnamento universale, senza distinzioni di classe, cultura, stato sociale e credo. Il Messia, nel corso della Sua Missione mai condannò quelli che in seguito vennero aditati e perseguitati come “culti pagani“. Il Suo Insegnamento non fu coercitivo, né impositivo, né basato sul potere pastorale, bensì fondato sulla capacità di guidare le coscienze, di orientare le credenze e di plasmare la cultura dal loro interno.

    Mentre l’Occidente – per ragioni che abbiamo riepilogato nell’articolo Sulla nascita di Gesù – diede particolare rilievo alla data di nascita fisica del Messia, l’Oriente, come da loro tradizione, reputò di maggior importanza un’altra data, quella caratterizzata da fattori più spirituali: il 06 Gennaio.

    Fin dall’antichità questa data ha commemorato tre distinti eventi: l’adorazione dei tre Magi, il Battesimo di Gesù e il primo miracolo alle Nozze di Cana, in cui trasformò l’acqua in vino.

    Il battesimo, come pratica rituale, non nacque in Occidente, né in ambito Cristiano. Le sue radici, antichissime ed Orientali, affondano nell’Antico Egitto e Mesopotamia; il Cristianesimo lo adottò rielaborandolo radicalmente secoli dopo la dipartita del Messia.

    Gesù scelse di farsi battezzare sulle rive del Giordano da Giovanni il Battista con il rito in uso nel deserto della Giudea. Tale rito non era un mikveh, rituale di purificazione, ma un atto pubblico e radicale di pentimento aperto a tutti. Un atto simbolico di rinascita, mediante il quale una persona – in grado di intendere e volere, volontariamente e consapevolmente – si sottoponeva, assumendosi il fermo impegno di aderire fedelmente e fermamente ai dettami divini.

  • Sri Sathya Sai Guru

    Sulla nascita di Gesù

    L’uomo, sin dalle epoche più remote, ha sempre avvertito la profonda necessità di datare gli eventi. Le motivazioni sono varie: si va dalle necessità pratiche e di sopravvivenza, quindi il ciclo agricolo e stagionale, alle questioni sociali ed amministrative, ovvero la registrazione di possedimenti e organizzazione socio-politica, passando per le esigenze culturali e religiose, ossia la gestione delle ricorrenze liturgiche e memoria collettiva.

    Su questa base, una domanda nasce spontanea: cos’è una data, oltre ad un numero sul calendario?

    Una data è un legame triadico, connette tre elementi fondamentali: il soggetto interessato, sia questo individuale o collettivo, e l’evento da collocare in relazione all’ancora temporale, il punto di riferimento stabile nel tempo. Questa triade non è solo descrittiva, rivela pure la natura relazionale e culturale del tempo storico.

    Gli accadimenti storici datati mediante gli acronimi AC e AD – rispettivamente, Ante Christum Natum, prima della nascita del Cristo, e Anno Domini, nell’Anno del Signore – è oggi una convenzione adottata praticamente a livello globale e l’ancora temporale stabile è la stessa nascita del personaggio storico Gesù.

    L’acronimo AD ultimamente è stato sostituito con DC, Dopo Cristo. Questo testimonia il crescente allontanamento dalle radici storiche e cultura di questa nostra società che si definisce maldestramente “laica” e “progressista“.

    Se fino a buona parte del secolo scorso la storia veniva divisa in due macro-aree, quella precedente all’Avvento di Cristo e quella accompagnata dalla costante Sua presenza, ora, con la denominazione “Dopo Cristo“, Gesù viene ridotto a quel semplice punto che divide una retta in due semirette. In una parole: svilito.

    Ma come, dove e quando nasce l’idea di adottare questi due acronimi?

    Questi acronimi nascono quasi per “caso” e, purtroppo, non per rendere eterno omaggio all’uomo, alla figura, o all’Essere Divino – a seconda delle diverse sensibilità – la cui Missione fu ed è totalmente a vantaggio dell’intera umanità.

    Correva un certo anno di difficile collocazione temporale, quando a Roma, nelle sedi vaticane, il primicerius – tale Bonifacio, capo dei notai pontefici – chiese al monaco scita Dionigi il Piccolo di riformare le tabelle per il calcolo della Pasqua. All’epoca la computazione avveniva contando gli anni dall’imperatore Diocleziano, ritenuto persecutore dei cristiani.

    Dionigi non propose qualcosa di rivoluzionario in sé, ma di stabilire un’ancora temporale immutabile nel tempo, in luogo a quella legata all’avvicendarsi degli imperatori e dei consoli romani. Propose, dunque, di numerare gli anni “ab incarnatione Domini nostri Iesu Christi“, dall’Incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo. In questo modo introdusse l’era cristiana nel computo degli anni.

    Ora, diventa facile identificare quell’anno in cui il primicerius chiese al monaco scita di elaborare un sistema per il computo della Pasqua: correva l’anno del Signore, Anno Domini, 525. Diventava semplice perché l’anno successivo, indipendentemente dalla figura istituzionale in carica, sarebbe stato l’Anno del Signore 526, poi 527 e così via.

    La soluzione elaborata da Dionigi nel VI secolo iniziò a diffondersi in ambito ecclesiastico tra il VII e VIII secolo, ma sarà utilizzata nei documenti ufficiali europei più tardi, tra il IX e il XIII secolo. Si dovrà arrivare nel XIX secolo perché diventi uno standard globale.

    Nei suoi calcoli atti a determinare l’anno 1, l’anno dell’Avvento, Dionigi commise diversi errori. Da resto, lui era uno specialista nel calcolo delle date liturgiche, non era uno storico, non disponeva di tutto il materiale che dispongono gli storici attuali; ma soprattutto, all’epoca non era chiaro il concetto che la storia conta anni, la scienza conta il tempo. In altri termini, lui non aveva come obiettivo la ricostruzione storica critica, lavorava su tavole cronologiche indirette, non su fonti primarie. Il suo scopo era fissare un punto di riferimento simbolico, l’ancora temporale stabile, non intendeva dimostrare una data storica esatta.

    La ricostruzione moderna, basata sullo studio sistematico e critico degli eventi riportati da diverse fonti, e sincronizzati con l’astronomia, dimostra che l’Avvento va retrodatato di 5, 7 anni rispetto all’anno 1 di Dionige. Questo anche perché, stando alle fonti, quando Erode il Grande, Re della Giudea, ordinò quella che passò alla storia come la “strage degli innocienti“, Gesù doveva avere poco meno di tre anni. Erode morì nel 4 AC. Pertanto la nascita del Messia è antecedente a quella stabilità da Dionige. Queste certezze ce le da’ l’astronomia odierna, in grado di ricostruire e datare le posizioni degli astri sino a farli combaciare con i resoconti dell’epoca.

    Oggi sappiamo che né nell’anno 1 calcolato da monaco scita, né nei precedenti 7 anni, apparvero comete nei cieli del Medio Oriente. L’unico testo che menziona la cometa è il Vangelo di Matteo. L’evento, però, non trova riscontro in altre documentazioni dell’epoca. Di conseguenza, la cosiddetta “cometa di Betlemme“, altro non sarebbe che la cometa di Halley passata nel 12 AC.

    Rilevante, invece, è il fenomeno che accadde nell’anno 7 AC, l’anno che secondo la scienza odierna potrebbe essere il vero anno di nascita del Cristo. In quell’anno si manifestò un fenomeno rarissimo e simbolicamente significativo per il mondo di allora: la tripla congiunzione Giove–Saturno nella costellazione dei Pesci. Secondo il simbolismo mesopotamico, Giove rappresenta regalità e sovranità, Saturno il popolo d’Israele, i Pesci la regione Siria-Palestina. Questo spiegherebbe come i Magi, astrologi orientali, abbiano potuto calcolare il periodo e il luogo della nascita del “Re dei Giudei“, della “luce che illumina le genti” e da Lui, recarvisi.

    La triplice congiunzione avvenne in tre fasi: la prima nella seconda metà di Maggio e presumibilmente ne indicava l’effettiva nascita, la seconda fase a fine Settembre con il moto retrogrado, mentre l’ultima fase verso i primi di Gennaio del 6 AC.

    Nota a margine: sembrerebbe che Sri Sathya Sai Baba abbia affermato che la nascita di Gesù sia avvenuta nel Maggio del 7 AC.

  • Sri Sathya Sai Guru

    Natus Christus in Betleem Iudeae

    Il termine “Natale” deriva da “Natalis“, che in latino significa “relativo alla nascita“. “Natalis” proviene dal verbo latino “nasci“, in italiano “nascere“.

    Dies natalis” era la comune frase che indicava il compleanno di una persona, sia questa un normale cittadino o un imperatore. Nel suo senso più ampio indicava anche l’anniversario della fondazione di una città o di un tempio.

    Prima del IV secolo, i Cristiani non celebravano la nascita di Gesù. Le comunità nate attorno alla figura del Salvatore si concentravano soprattutto sulla Pasqua, simbolo di morte e resurrezione. I primi tentativi di datare la Sua nascita avvennero attorno alla metà del III secolo, prima di allora non era così rilevante. L’Oriente assunse come data significativa quella del 06 Gennaio, giorno dell’Epifania, mentre l’Occidente il 25 Marzo, poiché legata alla primavera e al solstizio pasquale.

    Stabilire una data al fine di avviare una stabile ricorrenza, fu per l’Occidente un percorso tortuoso che divise la comunità in diverse contrapposte fazioni.

    Nel tentativo di pacificare le diverse correnti interne alla neonata Chiesa in merito alla natura di Gesù il Cristo – le quali sfociavano spesso e volentieri in feroci e sanguinarie diatribe che rischiavano di destabilizzare l’Impero proprio nel suo cuore, Roma – furono organizzati due importanti incontri: quello dell’imperatore Costantino nel 313, passato alla storia come l’Editto di Milano, e quello dell’imperatore Teodosio, nel 380, che si concluse con l’Editto di Tessalonica (oggi Salonicco, Grecia).

    A differenza del Concilio del 325 tenutosi a Nicea, (oggi İznik, Turchia) a cui il papa Silvestro I si fece rappresentare da due presbiteri romani, Vitale e Vicente, agli appuntamenti di Milano e Tessalonica, i relativi papi in carica, Milziade e Damaso I, non parteciparono. È importante ribadire che in entrambi gli incontri, Milano e Tessalonica, non si discusse in merito alla data di nascita del Messia, preannunciato secondo le profezie dell’Antico Testamento come “la luce che illumina le genti“.

    L’aspetto centrale nella fede dei primi cristiani non era la data di nascita del Redentore. Questa non assumeva un’importanza significativa quanto la Pasqua, ovvero la vittoria sulla morte. La Redenzione era per loro il primo passo del mistero della salvezza dell’umanità, che si compie, appunto, con la Pasqua, morte e resurrezione di Cristo. I primi fedeli si concentravano sulla “resurrectio“, termine latino che sprona a “rialzarsi“, a guardare da una prospettiva più alta, ossia, far “morire” una bassa visione per “risorgere” in una più elevata. Questo concetto per una parte dei primi cristiani era più rilevante della data di nascita in sé del Salvatore.

    Come si arriva, dunque, a stabilire il 25 Dicembre come data ufficiale di nascita di Gesù, il “Natus Christus in Betleem Iudeae“, ovvero, il Compleanno per eccellenza?

    Principalmente per questioni di potere. Un potere inizialmente sostenuto da speculazioni formalmente “credibili“, mascherato da ragioni storiche e teologiche, ma mai estraneo ad atti cruenti. I primi mille anni della storia del papato, infatti, sono caratterizzati dal desiderio di supremazia e autorità su Re e Imperatori, facendo gioco forza sui fedeli e la loro paura per le scomuniche.

    A cavallo fra il I e il II secolo, affermarsi, con la connotazione di imporsi, era l’obiettivo ispirante di una rilevante parte dei fondatori della nascente Chiesa. Un’istituzione che avrebbe dovuto amministrato, secondo la loro visione, il nuovo culto e regnare sul mondo intero. Pertanto, fondamentale era seminare i presupposti, il resto si sarebbe evoluto di conseguenza, proprio come l’albero è la conseguenza del seme.

    Il 25 Dicembre, nell’Impero Romano veniva celebrata la festa “Dies Natalis Solis Invicti – Giorno della Nascita del Sole Invitto“. Una divinità solare associata alla luce, alla vittoria e alla rinascita del sole dopo il solstizio d’inverno. Il termine “invictus” significa ‘invitto’, ‘non vinto’, e sottolinea l’idea del sole che ritorna a prevalere sulle tenebre dopo il periodo di declino invernale.

    Per i Romani, come per i Greci prima di loro, conoscere la “data di nascita” del Sole era irrilevante rispetto alla data della sua vittoria sulle tenebre. Sulla stessa linea di pensiero si trovavano anche una parte dei primi Cristiani: a costoro interessava la Pasqua; vale a dire, la vittoria della luce sull’oscurità, ossia il ritorno del Cristo vivente dalla morte.

    Per i Romani morte (mors) aveva due distinti significati: quello più tangibile, fine della presenza dell’anima dentro al corpo in questo piano materiale e quello più spirituale, ritorno di quest’anima nel mondo delle ombre, o Inferi. Gli Inferi erano un luogo immaginato nelle profondità della terra, in cui la luce non poteva penetrare. Per il loro credo, l’idea che un’anima potesse ritornare dagli Inferi e rianimare il corpo, non era né assurda, né priva di fondamenta; era solamente inusuale. La letteratura di derivazione ellenica già ne parlava e ne parlavano anche diverse culture dei popolo da loro sottomessi.

    Per quella parte significativa di Cristiani che conviveva pacificamente con il culto degli dèi, il problema della data di nascita di Gesù non sussisteva. Loro erano interessati all’aspetto spirituale che la Pasqua rappresentava. Tuttavia, la parte più “politica” e altolocata della nuova fede, interessava il 25 Dicembre.

    Tra gli infiniti e accaniti dibattiti dottrinali sulla natura di Gesù, mettendo di fatto in secondo piano i Suoi Insegnamenti più profondi, copioso scorreva non solo il sangue dei cristiani. Queste guerre interne fra fazioni religioso-politico minacciavano la sicurezza dell’Impero. Per tentare di accordare le varie correnti in gioco, l’imperatore Aureliano adottò una strategia religiosa di tipo politico-unificatore, che indirettamente mirava a ridurre la frammentazione culturale dell’Impero. Nel 274 istituì ufficialmente, con la sua riforma religiosa, il culto statale del Sol Invictus, come culto Imperiale sovraregionale. Da quel momento, il Culto del Sole poteva essere identificato oltre che con Apollo, Mitra, Helios, anche con Gesù, poiché “Sol Invictus” non era una divinità in senso mitologico, bensì una costruzione teologica romana che fungeva da Principio Solare Supremo.

    Va ricordato che la religione romana non era esclusivista. Funzionava per accumulazione e identificazione, non per sostituzione. I Romani erano aperti a qualsiasi religione o filosofia, purché non minacciasse l’integrità dell’Impero. Ogni fede poteva addizionare valore al proprio credo. Questa convinzione la si ritrova anche nella gestione delle altre razze. A differenza degli antichi Greci, i Romani non si curavano della purezza della razza, in quanto ognuna di esse apportava nuova linfa all’Impero, sotto forma di cultura, tecnologia, manodopera, commercio e uomini per l’esercito.

    È bene inoltre precisare che la riforma religiosa di Aureliano non implica una identità ontologica, ma una convergenza simbolica. Nel mondo romano, in particolare nel tardo-antico, esisteva una chiara differenza tra identità religiosa ed equivalenza funzionale o simbolica. Ad esempio: i già citati Apollo, Mitra e Helios non nascevano come la stessa divinità, ma vennero progressivamente accostati e sovrapposti dato che condividevano attributi solari.

    Per un Romano del III secolo dC era possibile pensare ad Apollo come forma di Helios; Helios come manifestazione del Sol Invictus e Mitra come potenza che opera sotto il Sole Invitto. Questo non valeva allora e non vale tutt’ora per la Chiesa Cristiana, la quale rifiuta il sincretismo: incompatibilità con un culto solare, anche “inclusivo“.

    È su questo punto strutturale che i vertici cristiani affondano il progetto di Aureliano. Sebbene in vita Sua, Gesù condannò alcune pratiche e di altre corresse alcune interpretazioni, mai dichiarò errati un culto, una fede o un credo. Anche perché, al di là della mistificazione storica, alla base della religione politeista dell’antica Grecia, ereditata poi dai Romani, c’era l’Uno, chiamato Principio Zeus, da cui emergono, fra l’altro, le divinità del Panteon.

    Perché il 25 Dicembre diventi a tutti gli effetti e in tutto l’Impero d’Occidente una festività Cristiana, ovvero sia completata la cristianizzazione della festa pagana del Sol Invictus, e ci si riferisca esplicitamente a questa data come la data della nascita di Gesù, si dovrà attendere la fine del IV secolo, quando nei testi liturgici, omelie e scritti patristici venne introdotta la formula “Dies Nātālis Domīnī – il Giorno della Nascita del Signore“. Prima, c’erano solo timidi tentativi, sebbene il Cronografo del 354 – un calendario romano redatto per un cristiano – riporti come prima testimonianza sicura della celebrazione del Natale la data del 25 Dicembre 336. Alessandria d’Egitto sarà uno degli ultimi grandi centri Orientali ad adottare questa data. Siamo all’inizio del V secolo.

    Allo stato di fatto, i vangeli canonici non riportano indicazioni, neanche approssimative, circa la data di nascita di Gesù. Le principali diatribe a cavallo fra I e II secolo dC riguardavano tutt’altri argomenti e fomentavano, dall’interno dell’Impero, la tacita idea di una supremazia culturale del Cristianesimo. I suoi vertici operarono un progressivo gesto di appropriazione simbolica e delle date delle maggiori festività pagane, in particolare quelle del 25 Dicembre e del 15 Agosto. Adottarono una forma di evangelizzazione strategica pubblica, in modo che per le masse romane pagane fosse più facile aderire al cristianesimo, dato che le loro tradizioni festive non venivano cancellate, ma rielaborate sotto il profilo dell’accomodamento culturale e della continuità psicologica. Questo permetteva ai convertiti di non percepire una frattura netta, ma una promessa compiuta, una “elevazione“.

    Venendo al presente, cosa direbbe Gesù in merito a questi accadimenti, qui poco più che accennati, e al fatto che il Suo Nome e la Sua Figura furono sfruttati per un deliberato “attacco” al potere dell’Impero Romano e ai vari culti in esso praticati?

    Probabilmente nulla, o forse ci chiederebbe: “Dove, in tutto ciò, il Mio Insegnamento sarebbe stato intaccato?” Una domanda che stimolerebbe un’ampia riflessione: quanto abbiamo ascoltato Lui e quanto, invece, accreditandoli, gli intermediari?

  • Sri Sathya Sai Guru

    San Francesco

    Il 4 Ottobre sarà nuovamente Festa Nazionale. Il provvedimento sul Santo Patrono d’Italia è diventato legge, reintroducendo la festività dal 2026, dato che per l’anno in corso è mancato il tempo tecnico per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

    San Francesco fu un fervente credente della Parola del Cristo, sebbene alla sua epoca non fu sempre ben accolto dalla Chiesa.

    La sua ferma fede nella non-violenza, trasmessa con la lucida semplicità dell’esempio a molti giovani nobili, spinsero diverse casate europee a meditarne l’omicidio, poiché i loro rampolli stavano abbracciando uno stile di vita a queste non gradito.

    Tuttavia, Francesco ricordò a questi giovani quale fosse il compito che il Signore aveva loro assegnato e che potevano vivere la Parola di Gesù orientandosi al servizio della Pace e della Verità.

    Per comprendere l’esempio e le parole di San Francesco, dobbiamo prima procedere come Gesù: cacciare i mercanti dal tempio.

  • Sri Sathya Sai Guru

    Il lascito di Ghandi all’umanità

    Oggi è la ricorrenza della nascita di Gandhi.

    Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948), conosciuto in tutto il mondo come il Mahatma (grande anima), fu un leader politico e spirituale indiano. Guidò la lotta per l’indipendenza dell’India, il suo Paese, dal dominio dall’Impero britannico, adottando esclusivamente la non violenza e la disobbedienza civile. Due armi queste, o più precisamente due aspetti assunti da Gandhi e dal popolo indiano in modo risoluto, alle quali molti Occidentali di allora risultavano tanto fallimentari quanto una formica potesse avere la meglio contro un gigante ben armato e addestrato. A dimostrazione di quanto si sentissero superiori agli indiani, più di un fugace ironico sorrisetto, i britannici non concedevano a questa vicenda.

    Cos’è rimasto, oggi, del lascito di Gandhi?
    Nel concreto, assai poco o nulla, nonostante l’incommensurabile valore sociale, culturale e spirituale.

    Salvo rari casi di sparuti movimenti per i diritti civili, o di certi politici che hanno provato ad emulare il Mahatma più per attirare l’attenzione delle masse su sé stessi che per un vero e sacro obiettivo, l’Occidente presenta sin dai banchi di scuola l’impresa di Ghandi come una evento di poco conto, quasi ridicolo; una leggenda proveniente da una terra lontana, affascinante, misteriosa e strana, che crede in strane cose, ma che la scienza Occidentale può smontare quando e come vuole.

    Ancora oggi brucia quella sconfitta a mani nude. Brucia agli inglesi, quanto ad atri Paesi che, economicamente, politicamente e militarmente aspirano o pretendono, in modo diretto o indiretto, a prevalere sulle altre Nazioni, ad intaccare il loro diritto di auto determinazione. Oggi, possiamo riconoscere diverse nazioni elucubrare ragioni per invadere i territori altrui per soggiogare le loro sovranità. Per costoro, comprovato da lunga tradizione storica, lo scopo è sempre il medesimo: razziare le ricchezze altrui.

    Ghandi, nella storia mondiale, è un personaggio che non si può negare, però si può occultare. In una parola, è scomodo! Questo per diversi motivi.

    Nell’attuale Occidente, la non violenza è associata alla passività e alla resa. Secondo quelle logiche emotive, che spingono l’uomo a preferire emozioni animalesche, anziché facoltà intellettive a lui più consone, è mancanza di virilità. Nelle relazioni internazionali, in cui prevale spesso la logica del potere e della deterrenza, la scelta non violenta appare rischiosa, affermano i politici, poiché non garantisce un’immediata protezione da aggressioni.

    Se si analizza tale affermazione si scoprirà che è fuori luogo e che è un puerile tentativo di storpiare il vero concetto di non violenza. La non violenza non è apatia, è una forza interiore senza uguali. Infatti, essa non esorta alla collaborazione con l’aggressore, a spianargli la strada o ad arrendersi a lui. Al contrario, costi quel che costi, con l’Amore nel cuore per Dio e per la Patria, lo si contrasterà nella sua avanzata, nelle sue mire e se tutta la diplomazia per ricondurlo alla ragione fallirà, allora il dharma stesso impone, appena si presenta l’occasione, e solo dentro i proprio confini Nazionali, di eliminarlo. È adharmico non difendere la propria Nazione, la propria terra dall’aggressore.

    La difesa di uno Stato non deve essere guidata dalla paura di attacchi esterni, dalle insinuazioni su fantomatici nemici per evitare contatti diplomatici e relazioni commerciali amichevoli. Nemmeno gli armamenti devono essere causa di inquietudine per gli altri Stati, o un affare commerciale. La guerra non deve essere un affare economico, una azione predatoria per facili guadagni sulla pelle di ignari cittadini. Sebbene ogni Stato debba essere militarmente indipendente, auto sufficiente e pronto ad ogni evenienza, la non violenza deve guidare sia le politiche interne che quelle estere, armamenti inclusi.

    Un esempio probabilmente poco noto ai più. Per secoli la Finlandia fu parte del regno di Svezia. Nel 1809, in seguito alla Guerra di Finlandia, combattuta tra Svezia e l’Impero Russo – poiché Napoleone impose allo zar Nicola I di costringere gli svedesi ad aderire al Blocco Continentale contro l’Inghilterra, uscita sconfitta pochi decenni prima dalla Guerra di Indipendenza in cui perse gli Stati Uniti (1776) anche grazie all’intervento militare (Gilbert du Motier de La Fayette) della Francia di Luigi XV – gli svedesi persero la guerra e cedettero la Finlandia alla Russia. Per più di un secolo, dal 1809 al 1917, sebbene fosse soggetta allo zar come granduca, quindi alla corona russa, la Finlandia – con le sue istituzioni, leggi e moneta – godette di ampia autonomia interna. Nel 1917, a seguito della Rivoluzione d’Ottobre – fomentata da chi covava rancori e loschi interessi in egual misura, esattamente come al presente – la Finlandia dichiarò la propria indipendenza (06 Dicembre 1917). Fra i primi a riconoscerla, anche per questioni politiche, fu la Russia, il governo bolscevico di Lenin (31 Dicembre 1917).

    Su questo breve sunto storico, si deve sapere che la Russia, dal 1809 al 2022, al solo scopo di mantenere buoni rapporti con la Finlandia, comprava da lei enormi quantità di legname, sebbene non ne avesse strettamente bisogno, dato le sue immense aree boschive. I buoni rapporti erano prioritari. Questi rapporti commerciali si interruppero verso il 2022, quando la Finlandia fu convinta ad aderire alla NATO (04 Aprile 2023) e ad aderì alle sanzioni europee contro la Federazione Russa. Proprio pochi giorni fa, mentre il suo Presidente era da Trump, insieme ai “volenterosi“, il Primo Ministro finlandese snocciolava pubblicamente le gravi difficoltà economiche che stanno subendo da quando non possono più commercializzare con la Federazione Russia.

    Da questo esempio si evince come, nonostante il principio della non violenza resti immutabile nel tempo e nello spazio, va comunque applicato a secondo degli specifici contesti, esattamente come la verità: la si deve sempre dire, a patto che non rechi danno. In tal caso è preferibile valutare un saggio silenzio, che non è una menzogna – e nel contempo lavorare affinché tutte le parti in gioco siano pronte ad accoglierla quanto prima e senza conflitti. Questo è mettere in pratica il principio della non violenza, quello adottato da Ghandi, ma anche da altre persone. Lo stesso Gesù la praticò, sia davanti a Ponzio Pilato, sia davanti ai Suoi accusatori, sia quando venne crocifisso. Il silenzio della Sua bocca, era il silenzio di un cuore e di una mente che non ribollono.

    Esibirsi con hollywoodiani digiuni, accanirsi contro la parte avverso nei salotti televisivi sbraitando le proprie ragioni, o manifestare nelle piazze con le mani in tasca, ma intrattenendo pensieri di odio e urlando improperi o slogan di parte, per quanto possano apparire corretti, non è ahimsa, non è non violenza.

    Una piccola amichevole “provocazione” finalizzata a stimolare una maggiore auto riflessione sulla propria aderenza alla non violenza e alla sua pratica in prima persona.

    Il nostro Governo non desidera che si definisca quanto sta accadendo a Gaza un genocidio. Le piazze italiane si popolano a favore di Gaza. Ma quanti sono disposti a sostenere Gaza adottando la pratica della non collaborazione nei confronti di coloro che sostengono tale massacro verso gente inerme?

    Molte grandi aziende statunitensi e non solo, sostengono le operazioni militari di Israele contro Gaza. Ora, chi fra i pro Palestina rinuncia ai servizi Microsoft, a partire da Windows, a quelli di Meta, quindi a Facebook, WhatsApp e Instagram, a Google, quindi a YouTube, gmail, drive, maps e al suo motore di ricerca, ad Amazon, quindi a Twich, a Prime video oltre al negozio online, solo per citarne alcuni? Chi bicotta queste aziende che di fatto finanziano Israele? Chi rinuncia, seppur con qualche disagio, ai loro servizi per non incrementare le loro entrate e aiutare concretamente non solo la Palestina, ma anche il nostro Paese, che non è incline a riconoscere lo Stato Palestinese? L’Italia non si attivata per arrestare Netanyahu, che solo pochi giorni fa volava con il suo aereo sopra i nostri cieli. I media sono rimasti in silenzio, quindi complici. I programma Rai, Mediaset e La7 (gruppo Cairo Communication) sono seguiti da moltissimi italiani. Come si considerano questi spettatori, pro Palestina o pro massacri?

    Finché la disubbidienza civile, la non collaborazione, e la non violenza sono coinvolgenti fenomeni di massa, di riprova sociale, non possono essere considerati autentici. Questi devono sgorgare dal profondo del proprio intimo, devono favorire gli altri a scoprirli per farli sgorgare, farli sentirle più propri delle loro stesse mani ed intelligenza. Solo allora, l’azione collettiva sarà la risultanza dell’azione delle singole persone coordinate all’unisono dallo stesso Principio. L’India è grande e Ghandi, fisicamente non poteva essere presente ovunque. Tuttavia, praticando questo principio e risvegliandolo negli altri, gli indiani si muovevano all’unisono. In altre parole, non era davvero Ghandi a guidare la lotta, ma il Principio stesso della non violenza. Era questo Principio che guidava ogni singolo aderente che lo aveva risvegliato dentro di sé.

    Questa è la sostanziale differenza fra non violenza e disubbidienza civile di cui Ghandi fu interprete. Non avrebbe potuto arrivare a tanto senza attenersi scrupolosamente ai Testi Sacri, senza il voto di metterli in pratica in ogni circostanza.

    In Italia i politici “venduti” si sono dimezzati… da quando hanno dimezzato i parlamentari. Fra quelli rimasti quanti possono dire di non essere “corrotti” dalle politiche del sistema? Non possiamo misurarlo nemmeno a spanne, però possiamo ricorrere ad un saggio detto Orientale: non si può stare a lungo nella fossa dei serpenti se non si è un serpente.

    La non violenza non è un’espressione esteriore di un positivo convenzionale comportamento, mentre interiormente si è dominati dalla collera, dai risentimento e dall’odio, i quali rendono le parole velenose, sofisticate e menzognere. La non violenza è un raggiungimento che supera l’intellettualità e si manifesta in una forza interiore che non cede alla pressione della violenza, non la contrasta con altra violenza, non vede alcun nemico bensì fratelli da aiutare a redimersi. Tuttavia, non si piega all’arroganza, né alla mano armata.

    La non violenza che viaggia sola, è una etichetta ingannevole su un prodotto contraffatto. L’autentica non violenza, come sosteneva Ghandi, in accordo con le Scritture e sintetizzando i grandi Maestri spirituali, viaggia in gruppo, viaggia con la Verità, l’Amore, la Rettitudine e la Pace.

    Quella tanto gettonata oggi e associata al Mahatma è dannosa a sé stessi e alla società. È qualcosa di scimmiottato e fuorviante. Come ci insegna lo stesso Bhagawan, se vogliamo correggere il Governo della nostra Nazione, per prima cosa dobbiamo correggere noi stesso. Le istituzioni seguiranno inevitabilmente a ruota.

  • Sri Sathya Sai Guru

    Il dovere di denunciare i crimini all’umanità

    Gli Insegnamenti Spirituali si dividono in due principali “categorie“: quelli per la vita quotidiana – che forniscono norme e precetti per vivere in salute ed in armonia con sé stessi, gli altri e la natura – e quelli a carattere filosofico-trascendentale, destinati a coloro che desiderano ardentemente procedere dal particolare all’Universale, per poi fondersi in Dio.

    Esattamente come non si può accedere ad una classe superiore senza le necessarie competenze richieste per l’avanzamento, allo stesso modo non è possibile accedere alla seconda “categoria” senza uniformarsi prima, capire e comprendere poi, i dettami della prima “categoria“: l’ABC propedeutico. Verrebbero meno le basi per cogliere l’essenza degli Insegnamenti.

    Uniformarsi ai dettami significa praticarli volontariamente al meglio delle proprie capacità, senza adeguarli. Capirli, denota l’intuizione che tali dettami non sono fini a sé stessi o ad aspetti mondani. Sono propedeutici a qualcosa di assai più elevato, a qualcosa che si può e si deve far proprio.

    Comprendere è a metà strada fra capire e fare proprio. La fretta di passare dal capire al comprendere non aiuta minimamente. Capire è una fase cruciale. Spiana la strada al comprendere soltanto in presenza di un’effettiva stabilità nelle qualità indicate dalle norme e precetti.

    Caliamoci nell’attualità, dato che la spiritualità va praticata nel qui e ora, ovvero, non con la mente rivolta al passato, al futuro o persa nell’emotività,

    Diversi devoti di Bhagawan affermano che “Tutto è volontà Sua“, il che equivale al detto “Non si muove foglia che Dio non voglia“. Affermano inoltre che “tutti siamo Uno” e che “tutti sono una manifestazione di Dio“, poiché lo stesso Dio risiede in tutti. Possedendo tutti la scintilla Divina, sono tutti fondamentalmente divini. Poi, parlando di Netanyahu e delle sue azioni contro i Palestinesi inveiscono, contraddicendo tutto quanto precedentemente dichiarato. Anche chi si dichiara Cristiano si trova nella stessa barca, dato che lo stesso Insegnamento di Sri Sathya Sai Baba lo diede pure Gesù: “Qualunque cosa fate anche all’ultimo dei Miei fratelli è come se la faceste a Me!

    Pertanto, criticare, insultare od offendere Netanyahu, Zelensky, o loro affini, equivale a criticare, insultare e offendere Dio stesso. Tuttavia, va osservato che per essere rispettosi dei dettami basilari non è assolutamente necessario concordare con le idee, le azioni, le politiche e la condotta di tali personaggi.

    Se da un lato le norme e i precetti invitano a non parlare male di nessuno, mai e in nessuna circostanza, soprattutto in loro assenza, dall’altro esortano esplicitamente a non frequentare cattive compagnie, né supportarle con il silenzio, l’omertà, l’indifferenza.

    Pertanto, il devoto, in modo pacato, ha il dovere di denunciare pubblicamente, senza farsi influenzare dall’ira o da altri nefasti sentimenti, i crimini che sta subendo Gaza; ma ha pure l’obbligo di denunciare il proprio Governo, che in tali crimini coopera. La denuncia mai deve offendere la Divinità presente in tali personaggi, che è la stessa presente in tutti.

    Tali denunce mai devono alimentare odio o rancori verso qualsiasi popolo. Il ripristino dell’unità deve essere prioritario.. Mai si dovranno vedere nemici, bensì fratelli che, mediante il nostro contributo potrebbero ravvedersi. Noi non sappiamo se quello che accade oggi è un karma che in un passato abbiamo contribuito a formarsi. Certo è che oggi nel scontarlo dovremmo avere l’accortezza di non alimentarne altro.

    In questo modo mettiamo in pratica i dettami richiesti dal cammino spirituale, il distacco emotivo in primis, affermando inoltre che tutte le situazioni concorrono al nostro e altrui progresso spirituale.

    Praticando, il capire trasla nel comprendere, riducendo la distanza dall’essere l’oggetto dell’Insegnamento stesso: il Dharma.

  • Sri Sathya Sai Guru

    La nascita del Profeta

    Eid Milad un Nabi“, scritto anche come “Mawlid al-Nabi“, è una festività islamica che celebra la nascita del Profeta Maometto. Letteralmente, “Eid Milad un Nabi” significa “la festa della nascita del Profeta“. Quest’anno si celebra tra il 4 e il 5 Settembre, ovvero il 12° giorno del mese islamico di Rabi’ al-Awwal (secondo il calendario lunare islamico).

    In molte comunità musulmane la ricorrenza è segnata da preghiere speciali, letture del Corano, recitazioni di poesie religiose e racconti sulla vita del Profeta.

    Il Profeta Maometto, Muḥammad in arabo, nasce intorno al 570 dC a La Mecca, una città che si trova al centro di sette colli (ricorda la nostra Roma). Lascia il corpo l’8 Giugno 632 (calendario gregoriano).

    Nel 610, Maometto riceve la Rivelazione e sulla base di questa inizia a predicare, dichiarando di essere l’ultimo dei Profeti, la cui Missione è, sostanzialmente, preparare l’umanità alla discesa del Signore stesso.

    I suoi insegnamenti, raccolti in 114 “sure – capitoli“, formano il Corano, il Libro Sacro della fede musulmana. Le sure nel Corano non sono organizzate in ordine cronologico di rivelazione, bensì, dalla più lunga alla più breve, salvo alcune eccezioni. Purtroppo, alcune andarono perdute.

    Nell’Islam Maometto non è visto come il fondatore di una nuova religione, bensì come l’ultimo e sigillo dei Profeti, colui che ha riaffermato e portato a compimento lo stesso Messaggio eterno rivelato a tutti dai suoi predecessori. Indicandoli come anelli della stessa catena d’oro, il Corano cita:

    1. Ādam – Adamo – Il primo uomo e il primo Profeta.
    2. Idrīs – Enoch – Menzionato come un uomo di verità e di pazienza, elevato da Dio a un alto rango.
    3. Nūḥ – Noè – Invitò il suo popolo, salvato con l’Arca, al monoteismo per centinaia di anni.
    4. Hūd – Hud – Inviato all’antico popolo arabo degli ʿĀd.
    5. Ṣāliḥ – Salih – Inviato al popolo dei Thamūd. Il suo miracolo fu la she-cammella.
    6. Ibrāhīm – Abramo – L'”Amico di Dio” (Khalīlullāh), patriarca del monoteismo e ricostruttore della Ka’ba.
    7. Lūṭ – Lot – Inviato al popolo di Sodoma. La sua storia è spesso associata a quella di Abramo.
    8. Ismāʿīl – Ismaele – Figlio di Abramo, associato alla costruzione della Ka’ba alla Mecca.
    9. Isḥāq – Isacco – Figlio di Abramo, capostipite del popolo di Israele.
    10. Yaʿqūb – Giacobbe – Figlio di Isacco, anche noto come Israele.
    11. Yūsuf – Giuseppe – Figlio di Giacobbe. La sua storia è narrata in un’intera sura del Corano.
    12. Ayyūb – Giobbe – Celebrato per la sua pazienza esemplare di fronte alle avversità.
    13. Shuʿayb – Ietro (?) – Inviato al popolo di Madyan, li rimproverò per la loro disonestà commerciale.
    14. Mūsā – Mosè – Colui con cui Dio parlò (Kalīmullāh), ricevitore della Torah (Tawrāt).
    15. Hārūn – Aronne – Fratello di Mosè, suo assistente e profeta.
    16. Dhū al-Kifl – Ezechiele? – Figura il cui status di profeta è dibattuto, ma è menzionato tra gli inviati. Il nome significa “Quello della responsabilità”.
    17. Dāwūd – Davide – Re e profeta, a cui fu dato il libro dei Salmi (Zabūr).
    18. Sulaymān – Salomone – Figlio di Davide, profeta e re dotato di un regno e di una saggezza immensi.
    19. Ilyās – Elia – Profeta che lottò contro l’idolatria del popolo di Israele.
    20. Al-Yasaʿ – Eliseo – Successore di Elia, spesso menzionato dopo di lui nel Corano.
    21. Yūnus – Giona – Inviato a Ninive. Noto per la storia in cui fu inghiottito dal grande pesce.
    22. Zakariyyā – Zaccaria – Padre di Yahyā (Giovanni Battista). Custode del Tempio.
    23. Yahyā – Giovanni Battista – Figlio di Zakariyyā, celebrato per la sua devozione e per aver preparato la via per ʿĪsā (Gesù).
    24. ʿĪsā – Gesù – Il Messia (Al-Masīḥ), profeta nato miracolosamente dalla vergine Maryam (Maria). Ricevitore del Vangelo (Injīl).
    25. Muḥammad – MaomettoIl Sigillo dei Profeti (Khātam al-Anbiyā’), l’ultimo e finale Messaggero, inviato per tutta l’umanità.

    Il Corano dichiara che Allah, il Misericordioso, inviò Messaggeri a tutte le nazioni, a seconda della necessità di ogni popolo.